Letteratura e altre arti

Patrizia Cavalli, tra ironia e valorose partenze

C’è stato un anno in cui ho amato moltissimo. È stato un anno di rinascita, il mondo aveva smesso di essermi nemico e io stavo imparando ad apprezzarlo. Mi abbandonavo allo stupore e accoglievo con gioia ogni cosa che mi capitava. Avevamo una nuova casa in affitto che affacciava sul teatro romano, frequentavo un Master sui beni culturali e studiavo con curiosità, avevo conosciuto dei colleghi e delle colleghe con cui mi sentivo del tutto a mio agio, e ovunque – in cucina, per le strade, all’università – si spandeva una luce che mi calmava, piena, inesauribile.

In quel periodo leggevo e scrivevo molto, soprattutto poesie. Fu in quei mesi che mi imbattei per caso in una poesia di Patrizia Cavalli che mi piacque moltissimo per via della sua semplicità, ma anche della sua precisione, della costruzione impeccabile e soprattutto perché si apriva e si chiudeva con un tono sfidante e scanzonato, e mi sembrava di vederla quella donna-poeta, in giardino, mani ai fianchi e cappello a falde larghe, mentre parlava con le sue piante e con la primavera intera.

Bene, vediamo un po’ come fiorisci,
come ti apri, di che colore hai i petali,
quanti pistilli hai, che trucchi usi 
per spargere il tuo polline e ripeterti, 
se hai fioritura languida o violenta, 
che portamento prendi, dove inclini, 
se nel morire infradici o insecchisci, 
avanti su, io guardo, tu fiorisci.

Acquistai una delle sue raccolte poetiche, dalla famosa copertina bianca, la lessi, la sottolineai, misi degli asterischi alle pagine, la tenni con me a lungo e col tempo la dimenticai. Ma in quel viaggio mi sembrò di cogliere qualcosa di lei, un nucleo, un respiro profondo che si ripeteva, che saliva a sciogliere la pagina in un sorriso o a darle una luce inflessibile e severa.

Le sue poesie sono note soprattutto per l’ironia. E come non lasciarsi conquistare da certi versi, da distici affilati e brillanti come “Che m’importa del tuo naso gonfio. / Io devo pulire la casa“. Ma esiste una controparte pensosa e profonda, più abissale, in cui pure non ci si perde, ma si sente con tutti i sensi una poesia larga e completa, esplorativa. In questa prospettiva l’ironia è una corona che completa un capo regale. Del resto l’ironia è dei sapienti, è un dono sacro, è la leggerezza di Calvino, è il dolore del comico, è l’arte del sorriso beffardo, di chi sta in equilibrio più degli altri, di chi ha visto la faccia vuota della vita, quella che non ha senso, quella per cui ci si affatica sempre troppo.

Quel libro l’ho riletto proprio pochi giorni fa, dopo averlo acquistato in digitale, avendo dimenticato di averne una copia in libreria. L’ho letto come se fosse la prima volta, e del resto ero proprio convinta che lo fosse. Certo, molte poesie mi suonavano familiari, conosciute, ma l’ho attribuito alla grande notorietà di Patrizia Cavalli, “grande” rispetto a quella di cui solitamente godono i poeti viventi. Invece mi erano note perché già una volta mi erano state care.

Tra gli asterischi e le sottolineature, nella copia cartacea ho trovato un orecchio soltanto, alla pagina in cui canta forte il suo senso privato dell’esilio e nella quale io, quella volta, ho creduto di ritrovare il mio.

E sempre dovrò partire
e fare i bagagli
e permettere al mio poco corpo
una corsa che non gli si addice
e prolungare gli inganni e demente
rincorrere tutte le storie anche quelle
che avrebbero preferito un silenzio.
Ma valorose sono le partenze
anche se un imbarazzo spesso le consuma.

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