Liste

Cinque luoghi dell’isola in cui sono stata felice

1. Castelmola, circondata dai fiori fucsia della primavera. La professoressa di Lettere ci aveva portati a seguire un corso di scrittura sul racconto breve tenuto da Simona Vinci. Fu una rivelazione, per la prima volta nella vita mi sentivo giusta nel posto giusto. Fuori dalla sala guardavo lo strapiombo sul mare e il Golfo di Taormina, e mi sembrava che tutto fosse possibile, ogni strada aperta sulla mia strada.

2. Un agriturismo a Sant’Alfio, alle pendici dell’Etna, insieme a pochi altri amici. La mia pancia non si vedeva ancora e io indossavo una blusa rosa e degli occhiali da sole floreali presi al mercato a tre euro. Dalla terra verde sbocciavano bassi ciliegi in fiore e allungavano verso di noi i loro rami bianchi. Nella mia testa andava una canzone di Carmen Consoli e speravo che quel momento durasse il più a lungo possibile.

3. Il balcone della mia vecchia casa a Catania, che affacciava sui resti del teatro romano. Avevo imparato a riconoscere il corso del sole sulle rovine e ne indovinavo la luce e le ombre durante la giornata. In primavera stormi di rondini attraversavano il cielo e io m’incantavo a guardarle. In quella casa mi sono innamorata, sono rinata, ho scritto il mio primo libro e ho mangiato il primo gelato con mia figlia. Le sarò sempre grata, nonostante ci fossero seimila scale e nessun ascensore.

4. Il cortile del Monastero dei Benedettini di San Nicolò l’Arena. Per le chiacchierate, i batticuore, i cappuccini al cioccolato, le attese prima degli esami, le piogge improvvise e le primavere, ma soprattutto per quel pomeriggio in cui, durante una pausa dalle lezioni del master, ho messo nelle cuffie Wake Up, ho chiuso gli occhi, e mi sono messa a ballare.

5. La spiaggia di Santa Teresa, dove il tramonto è fra le case e non sul mare. Dall’altra parte, la costa della Calabria si staglia netta o mostra i suoi bordi smarginati a seconda del vento. Quando è quasi sera, e la folla di turisti si è dispersa, gli ultimi bambini si attardano a giocare con le madri e il loro vociare è ovattato e lontano. Un’indolenza dolce segue il ritmo del mare, invita alla cena, alla condivisione. Allora guardo il punto in cui l’acqua sbatte sui ciottoli, e mi sento in pace.

Letteratura e altre arti

Trema la notte, di Nadia Terranova

«Il mondo come l’avevo conosciuto finì e ogni cosa amata e odiata scomparve.»

Sono gli ultimi giorni del 1908 e le coste dello Stretto, da una parte e dall’altra, brulicano di vita. Un treno sferraglia lungo i binari, in teatro risuonano le note dell’Aida, e mentre nell’aria si spande un odore di torrone e bergamotto, sul mare si riflettono le prime luci elettriche della città.

Sulla costa continentale, a Reggio Calabria, scorre l’esistenza di Nicola, un ragazzino di undici anni, amato dalla madre di un amore insano e disperato. Ogni notte viene legato, caviglie e polsi, a un catafalco in cantina, perché non se lo porti il diavolo. Serrato in quelle corde, Nicola si scopre insufficiente, vorrebbe essere grato per quell’amore incomprensibile, ma da quell’amore vorrebbe soprattutto liberarsi.
Sulla costa insulare, tra Scaletta Zanclea e Messina, c’è Barbara, una giovane donna “sopravvissuta alla sua infanzia” grazie ai libri, che vorrebbe essere vista e riconosciuta, che chiede per sé indipendenza e libertà e per questo decide silenziosamente che non sposerà mai l’uomo che il padre ha scelto per lei.
È il 27 dicembre del 1908 e tutto sta per cambiare: di lì a poco Messina e Reggio non saranno più le stesse, vite e palazzi verranno rasi al suolo, e Nicola e Barbara impareranno la violenza della morte e della vita.

Le vite di Nicola e Barbara scorrono per molto tempo parallele, separate dal mare e dagli anni, ma in un punto, fatalmente, si incontrano. Il terremoto ha da poco devastato le città e i due si muovono come fantasmi, relitto di ciò che erano tra relitti di ciò che c’era. È un incontro stralunato e distratto, che avviene quasi per caso sullo sfondo di un atto bestiale, e che segnerà profondamente l’uno e l’altra. Anche se ancora non lo sanno, hanno almeno una cosa in comune: entrambi sono spinti avanti da una forza misteriosa complementare e opposta a quella venuta dal mare e dalla terra. Una forza vitale che grida alla sopravvivenza e innerva il romanzo fin dalle prime pagine, che apre una breccia nell’orrore e da quella breccia fa passare la luce.

È l’antico mito di Eros e Thanatos, i due impulsi che dominano la vita degli uomini. Uno muove verso la distruzione ed è quello del terremoto, che strappa via, che cancella, che si abbatte sui buoni e sui cattivi senza differenza, priva i figli delle madri e le madri dei figli, con violenza ma senza colpa. L’altro impulso, parimenti, s’impone senza meriti anche dove vorrebbe ristagnare il vuoto. È la forza vitale che porta Barbara ad accogliere un seme nel suo ventre sebbene lei non l’abbia chiesto né voluto.  È una spinta corale e femminile, capace di fondare una comunità sullo spirito solidale delle donne. È il sollievo e la colpa di sapersi vivi, mentre gli altri “vivi sono tutti morti”. Di avere la possibilità di nascere un’altra volta, diventare un’altra persona, scegliersi un’altra vita.

Questa vita, questa luce invincibile, è la potenza di questo romanzo. Che sprigiona dai ventidue arcani maggiori come un disegno segreto o un destino, come una parola pescata e subito inverata. E la lingua è altrettanto potente: matura, sorvegliata, capace di incidere passaggi altamente letterari, di costruire mondi e personaggi tridimensionali, scandagliare gli angoli della loro umanità e farli vivi.
Perché le opere che non si fermano alla superficie, che scavano profonde negli abissi più scuri, si prestano a essere grandi opere, e se da quell’oscurità non sapessero trarre fuori almeno una scintilla, di tutte quelle ombre che cosa resterebbe?

Bussola

Essere acqua, essere terra

Non ricordo niente se non lo scrivo. Né le cose da fare in una giornata, né le cose che sono accadute. La mia casa è piena di fogli. Liste che straccio appena completate, appunti che ritrovo dopo giorni o mesi, biglietti infilati ovunque, sopra il mobile della dispensa, sul tavolo della cucina, nella libreria in soggiorno, nei cassetti del comodino, tra una pagina e l’altra dei volumi che leggo. La mia vita assume questa forma piatta e bidimensionale, bianca, scarabocchiata, precaria e logorabile in ogni suo aspetto.

In passato ho scritto per ricordare. Per trattenere i momenti, farli durare in uno spazio e in un tempo fuori dall’ordinario. Funzionava. Rileggere i vecchi post mi riportava in luoghi finiti, ero a Roma all’ultimo esame di latino, alle serate al Circolo degli Artisti, dal fruttivendolo pakistano sulla Tiburtina. Ero nella mia vecchia casa, avevo sette anni, ne avevo quattordici, litigavo con mio padre, dormivo sulle gambe di mio nonno, soffocavo, guardavo gli alberi cambiare colore. Dilatavo la maglia larga e inesorabile del tempo, la scrittura era la sfera dura in mezzo, curvava la rete a suo piacere, durava nell’impermanente.

Quando ho smesso di scrivere ho smesso di ricordare. L’ho fatto con intenzione. Il dolore si era preso tutto, la possibilità di un riscatto, il desiderio che restasse qualcosa. Non doveva restare niente.

Quando ho smesso di scrivere ho smesso di ricordare. L’ho fatto con intenzione. Il dolore si era preso tutto, la possibilità di un riscatto, il desiderio che restasse qualcosa. Non doveva restare niente. Nemmeno uno dei respiri che perdevo. Ho proseguito così, per sottrazione, meno parole, meno ricordi, meno persone, meno quello che ero. Ho tirato una linea lunghissima e, sotto, è rimasta la vita di tutti. Gli affitti, i traslochi, un matrimonio, le bollette, il lavoro, una figlia, i lutti.

Non è corretto dire che non provavo niente. Semmai il contrario. Ma tutto quello che provavo si accumulava senza senso in un posto indefinito tra la gola e la pancia. Una volta ho letto da qualche parte che siamo la narrazione di noi stessi che rendiamo agli altri. È evidente che esistiamo al di là del raccontarci o meno a qualcuno. Ma finché non ci raccontiamo a qualcuno siamo nient’altro che una serie contabile di eventi. Abbiamo avuto un incidente, ci siamo separati dal compagno o dalla compagna, il nostro negozio ha chiuso. Questo siamo, finché la nostra voce non interviene, una vicenda di passaggio sulla bocca degli altri.

Perciò mi sono chiesta chi fossi adesso. Cosa sarebbe successo se fossi tornata davanti allo specchio, dopo anni in cui avevo smesso di annotare i cambiamenti della mia faccia. Verso quale tono scuro fossero virati i miei occhi. Quanto ancora si fossero curvati gli angoli della mia bocca. Quanto più profondo fosse il breve solco verticale tra le sopracciglia. Se potevo ancora dirmi intera e, soprattutto, se potevo ancora dirmi.

Un’isola può avere origine da diversi fenomeni: da un accumulo secolare di materiali sedimentari, dagli smottamenti della crosta terrestre, dall’erosione, dal vulcanismo. La sua ferma presenza è data da una serie di mutamenti geologici avvenuti in passato per lunghissimo tempo. Finisce dove comincia l’acqua. Un’isola può dirsi tale se può raccontare di sé il suo passato e se sa definire l’acqua che le scorre intorno.

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Che cos’è isola minore

isola minore è un blog che nasce su un’isola, come me. Come un’isola contiene la voce di tanti abitanti, ma si nutre soprattutto di solitudine e silenzi. È il luogo da cui si parte per le avventure del viaggio, ed è il luogo in cui si torna.

Su isola minore troveranno posto cinque categorie:

  1. Bussola: un diario, una mappa per ricordarmi chi sono e dove mi trovo. A volte ne ho bisogno, visto che tendo a perdermi (metaforicamente e no). Questo sarà lo spazio della mia scrittura.
  2. Letteratura e altre arti: in questa categoria andranno le recensioni dei libri che leggo e che amo, articoli su letteratura, fotografia, pittura, interviste e tutto ciò che riguarda le arti e la cultura. Questa sezione sarà aperta alle collaborazioni esterne, e chi avrà voglia di partecipare sarà il benvenuto o la benvenuta.
  3. Isola junior: una sezione dedicata ai libri per bambini e per ragazzi e agli albi illustrati. Li ho sempre amati, ma da quando sono mamma di Giuditta ne leggo (ne leggiamo) in gran quantità. Ci sono opere meravigliose che vale la pena condividere.
  4. Con parole tue: finiranno qui tutte le citazioni delle canzoni che ascolto, dei libri che leggo ma non recensisco, delle poesie, dei brani che non voglio dimenticare.
  5. Liste: una vera ossessione, come per molti. Ne faccio decine, mi illudono di tenere le cose sotto controllo, di avere davanti agli occhi in forma di scaletta idee, progetti e desideri. Vero o no, è una categoria che non poteva mancare.

E si comincia.