Bussola

Ventotto giugno, e tu.

Oggi è il nostro diciottesimo anniversario.

Di quel primo giorno insieme, diciotto anni fa, ho solo qualche ricordo vivido, il resto è svanito col tempo. Ricordo che indossavo una maglietta arancione con la scritta “Catch me if you can…” e dei jeans non particolarmente belli a cui tuttavia ero affezionata. La scritta sulla maglietta, ironica e sfidante, mi sembrava un invito giocoso alla conquista e al tempo stesso un avvertimento, un metterti in guardia dalla mia incostanza, dai grandi entusiasmi cui spesso seguivano violente delusioni o una noia devastante, dalla mia volubilità, dall’irrequietezza.
Allora tutto in me si agitava come una foglia al vento, bastava un soffio a strapparmi via.

Di te invece mi colpì la leggerezza. Il tuo corpo alto e sottile che sfidava il cielo, le spalle larghe in cui tante volte avrei trovato riparo. Il tuo modo di camminare, quasi di non toccare terra, agile, sciolto. Eppure avevi sofferto, avevi attraversato almeno un grande dolore. Ma di quelle privazioni dell’infanzia, della ferocia con cui l’infelicità segna precocemente le nostre vite, il tuo corpo non portava traccia.

Avevi qualche riflesso rosso sulla barba, che in quella giornata calda di luce ti illuminava il viso, e due occhi grandi e senz’armi, quando li guardavo mi chiedevo come avrei fatto, come avrei potuto fare a sostenerli senza caderci dentro. Eri limpido, pulito e quella purezza si rifletteva nelle tue parole. Più ti ascoltavo più pensavo che eri tutto davanti a me, che non c’erano trucchi, che non avrei dovuto faticare per raggiungerti e potevo godermi la scoperta. Soprattutto, non dovevo difendermi, eri buono e questo, nella sua semplicità, mi sembrò impagabile.

Stamattina mi sono seduta accanto a te in cucina, mentre facevi colazione. Non ti ho fatto gli auguri e nemmeno tu li hai fatti a me. Sono rimasta un po’ a guardarti e poi ti ho chiesto cosa ricordassi di questo giorno. «Il caldo», mi hai risposto, «un leggero nervosismo, non sapere che dirti e poi la prima frase che ho pronunciato, l’autobus che abbiamo preso insieme, casa tua, villa Bellini. Ricordo quando sono arrivato, ma non ricordo quando sono andato via».

Anche io ricordo villa Bellini. E prima ancora ricordo la strada per raggiungerla, quando all’incrocio tra via XX Settembre e via Renato Imbriani le nostre mani si sono sfiorate e poi intrecciate e in quel momento un urto, una deflagrazione è divampata nell’aria. Abbiamo raggiunto la villa, ma non saprei dire se dalla parte di via Etnea o di via Roma. Ricordo però distintamente quando seduti sull’erba abbiamo parlato dell’esistenza di Dio, dei nostri padri e delle forme dell’amore. Eravamo dei funamboli e forse ogni tanto tremavamo come fili d’erba.

Quando la conversazione diventava così intensa da sembrarci insostenibile, viravamo sulla leggerezza, ci ricoprivamo di cose stupide. Come quando ti sei messo a cantare quell’assurda canzone di Elio e le Storie Tese che parla di un vitello dai piedi di balsa, e io mi chiedevo perché, perché mi stessi cantando quella canzone strampalata, e non so se sia stato prima o dopo esserci baciati per la prima volta.

Quella sera, insieme alle mie coinquiline, siamo andati in un pub vicino piazza Stesicoro, io indossavo dei pantaloni bianchi con le cerniere, in verità orrendi, che a te piacevano. Anche tu vestivi male all’epoca, sono rimasti nella storia i tuoi jeans a strisce chiare e scure e le tue scarpe verdi per cui ancora ti prendo in giro. In quel pub facevano spesso musica dal vivo, erano gli anni in cui a Catania era facile trovare delle cover band che si esibivano nei locali, poi non so, qualcosa si è spento. Quella sera eravamo seduti vicini e io avevo l’impressione di conoscerti da molto tempo, mi sembrava che fossi finalmente ritornato da un viaggio lontano o da un passato che in qualche modo mi apparteneva. Quando ne abbiamo avuto abbastanza della musica, della birra e della compagnia abbiamo salutato tutti e ce ne siamo andati.

Abbiamo vagato per le strade di quella città che ci vedeva nascere anche se non lo sapevamo ancora. Ma chissà dove siamo stati, dove siamo andati, cosa abbiamo fatto. Ricordo solo che a un certo punto ci siamo ritrovati in piazza Cutelli, in piena notte, a fissare perplessi le siepi scolpite offerte dal Comune: una spirale, un elefante, un cono che ambiva sicuramente a sembrare un arancino. Tutto, nella notte, diventava possibile, ogni fantasia, ogni desiderio, tutto sembrava durevole, l’alba non ci avrebbe raggiunto.

Chiaramente non fu così e ricordo bene quando sei andato via. Ricordo che prima di uscire di casa mi hai letto un racconto che ti piaceva, e io ero così stanca per la notte insonne e vagabonda che mi sono addormentata sul tuo petto sperando che non te ne accorgessi. Credo di averti mentito, al risveglio, credo di averti detto che il racconto mi era piaciuto, anche se ne avevo sentito appena qualche frase. Tu forse te n’eri accorto e senza dirmi niente mi avevi perdonato.

Sono sicura, invece, di aver pensato che un giorno ti avrei sposato. Non era solo un desiderio, era un fatto oggettivo, incontrovertibile e inevitabile. Come inevitabile, intanto, era la tua partenza. Sull’autobus parlavamo di quanto fossero buoni gli spaghetti ai frutti di mare. Quella conversazione inutile ci serviva ad allontanare il pensiero e il dispiacere di doverci separare, l’ansia di non sapere come sarebbe andata da quel momento in poi, la paura di scoprirci troppo fragili o inadatti all’amore che speravamo, il timore che, al contrario di quello che potevamo pensare o provare in quel momento, quelle ore insieme si rivelassero una parentesi.

Ma anche stavolta hai ragione tu. Hai ragione a non ricordare il momento in cui sei andato via. Perché da allora sono trascorsi diciotto anni e intanto ci siamo amati, bene e male, abbiamo affrontato insieme prove di cui avremmo fatto a meno, abbiamo fatto squadra ogni volta che è stato necessario e a volte ci siamo limitati a tollerarci a vicenda, abbiamo soprasseduto sulle nostre mancanze e quando non siamo riusciti a trovare un compromesso abbiamo provato a chiudere gli occhi e amarci lo stesso, abbiamo conosciuto le gioie e le difficoltà di essere madre e padre, siamo stati grati l’uno all’altra e sostegno l’uno all’altra, abbiamo soffocato nel silenzio molte parole che forse avremmo fatto bene a dirci, abbiamo avuto paura di perderci e paura di esserci persi, abbiamo dubitato e ancora dubitiamo a volte.

Però mai, mai me ne sono andata, e mai tu sei andato via.

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