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Cinque cose che mi sono successe scrivendo

averie woodard via Unsplash
  1. La biblioteca del Quirinale è piena di fotografi. Appena dentro leggo i nomi sui cartellini dei posti riservati e sento un pesce che guizza nella gola. È la cerimonia di premiazione del Premio Laurentum e io sono arrivata terza con una poesia dedicata a Victor Cavallo. Quella sera succedono diverse cose entusiasmanti e improbabili: Giuppy Izzo che legge i miei versi con la voce di Meredith Grey, Francesco Venditti che mi dice “Daje, io ci ho lavorato insieme a Victor Cavallo, un grande”, un noto poeta italiano a cui riesco a dire soltanto “Ti seguo su Twitter”, una conversazione buffa con la moglie di Franco Loi, dei camerieri coi guanti bianchi che ci servono champagne in calici di cristallo e io che poco avvezza a certe raffinatezze dico al mio accompagnatore “Questo spumante ha un sapore strano”.
    Per ristabilire gli equilibri, a fine serata mi ritrovo in un pub con alcuni amici a cantare le canzoni d’er Piotta.
  2. L’anno dopo vinco il concorso Scrivere per la musica e sono per qualche giorno ospite a Castorano, un piccolo paese delle Marche che mi è rimasto nel cuore. Il freddo di dicembre, il museo diffuso per le strette vie del centro, le opere dedicate a Pasolini, l’interpretazione del formidabile Piergiorgio Cinì che legge i miei versi rendendoli molto più belli di quello che sono, la band che ha trasformato la mia poesia in una canzone, e le indimenticabili olive all’ascolana che, esortata da Silvia, trangugio una dietro l’altra chiedendomi come farò senza di loro una volta tornata a casa. Una di quelle sere, uno dei partecipanti con cui condividiamo l’alloggio, guardando il cielo dice: “Che stellato, erano anni che non ne vedevo uno così”. Ci penso ogni volta che di notte le stelle mi sembrano particolarmente fitte e luminose.
  3. A Torino mi manca il fiato. È il mio primo (e unico) Poetry Slam. Le poesie da leggere le ho scelte definitivamente dieci minuti prima di mettermi al microfono, e lo stesso dubito. Attraverso il corridoio mentre una chitarra suona l’intro di We Will rock you. Sento l’adrenalina che mi fa tremare le braccia, mi increspa la voce. Mi piace la poesia performativa, mi piacciono le letture in pubblico, ma la mia poesia non è performativa, e le letture mi piacciono solo se a leggere non sono io. Sono tutte cose che scoprirò quella sera, quando comunque, non so perché, i voti del pubblico mi vorranno tra i primi. Al momento della proclamazione sono accanto a un ragazzo che ha letto delle poesie brevissime e stupende. “Dovevi vincere tu”, gli dico sottovoce. E lui mi risponde “No, dovevi vincere tu”.
  4. Dopo aver trascorso diversi mesi a limare versi, a rivederli, a mettere e togliere virgole, a modificare aggettivi per stare in un certo ritmo; dopo avere letto ad alta voce, nella solitudine della mia cucina etnea di notte, le poesie che avevo raccolto negli anni; dopo averle lette al telefono a un’amica che mi aiutava a non essere troppo distruttiva o troppo indulgente, ho deciso che era il momento di mettere un punto e chiudere tutto in una raccolta. Le poesie superstiti avevano tutte in comune una passione indomita, una coda ossessiva che si dimenava nel petto. Non le mando a nessuno, provo un solo colpo: il concorso di Formebrevi edizioni, una piccola casa editrice siciliana che mette in palio la pubblicazione della raccolta. Nasce così Addomesticare le bestie.
  5. Ma la cosa più bella che mi è capitata scrivendo sono state le persone che ho conosciuto. Per esempio Annachiara, con cui ci siamo scritte a lungo, per anni, e ci siamo incontrate poi un pomeriggio alla stazione di Bologna, abbiamo scarpinato sotto la pioggia fino a casa sua solo per stare insieme una mezzora. Oppure la bravissima Chiara, che ho visto solo una volta a Roma, fuori da un locale, lei s’era fatta male a una caviglia ed era dolorante, ma a me sembrava solo bellissima con la sua pelle quasi trasparente, il piercing al naso e gli occhi stretti e allungati. Pierluigi, il ragazzo che secondo me quella sera a Torino meritava la vittoria, con cui ho stretto presto un’amicizia nutrita di stima reciproca. Alessandro, che mi ha letto per anni con fiducia (in tutti i sensi), e l’unica volta che ci siamo visti mi ha regalato la sua copia di Grazie, nebbia di Auden e io gli ho preparato la peggiore pasta al pesto della mia vita – che lui ha mangiato senza batter ciglio. Mirco, che mi accompagnava con la sua musica la prima volta in assoluto che i miei pezzi sono stati letti in pubblico e che è diventato uno dei miei amici più cari. Silvia di Castorano, all’epoca assessora, meravigliosa, perfetta padrona di casa, che mi ha dato subito l’impressione di conoscerla da sempre e che ho sentito più avanti per messaggi, sempre con affetto e nostalgia. Giulio, Naike, Pietro e Claudia, i ragazzi che quel noto poeta a cui ho detto “Ti seguo su Twitter” mi aveva suggerito di contattare perché vicini, e le serate che abbiamo trascorso insieme a leggere e condividere le nostre cose, col fumo delle sigarette e la musica e il vino. Simone, che una volta mi ha portata in radio a tradimento. E Marco, che mi ha letto e che ho letto a lungo con ammirazione e complicità. E tutte quelle persone a cui ho voluto del bene, a cui ne voglio ancora. Un bene strano: improvviso e inaspettato, grato. Un bene che si è trasformato negli anni, che è rimasto e si è rinsaldato o che si è perso ma non è stato dimenticato.
    E tutto, sempre, cominciava da uno schermo bianco.

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