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Cose che amo di Roma

La tua casa non è dove sei nato.
Casa è dove cessano tutti i tuoi tentativi di fuga.
Nagib Mahfuz

*

Non sapevo cosa aspettarmi, nel rivedere Roma. Ma avevo bisogno di scappare dalla stanchezza e da quei mostri invece mai stanchi che continuano a tormentarmi. Non che un fine settimana possa cambiare le cose, però offre un’altra prospettiva, la possibilità di un cielo più sereno, di un’altra occasione.

Negli ultimi tempi sentivo i miei amici romani d’adozione ripetermi che Roma non era più la stessa, che era trascurata e sporca e che i problemi della città si erano moltiplicati a causa di una gestione politica miope e incapace. Il mio sguardo superficiale da turista rediviva non ha confermato le loro impressioni, ma ha risposto a un’esigenza tutta mia, quella di tornare a casa scoprendo che durante la tua assenza niente è cambiato anche se niente è più lo stesso. Quelle costanti, quelle piccole certezze che mi accolgono come una figlia che si è persa, sono anche le ragioni per cui amo Roma.

Uno: L’odore della città. Un misto di smog, aria aperta, kebab e possibilità. Lo sentivo su via Tiburtina, quando abitavo lì; le sere in cui non mi andava di cucinare andavamo da Ciro: preparava il kebab più buono che abbia mai mangiato in vita mia. Quando elencavi gli ingredienti dopo ognuno ti chiedeva “puia?”, ovvero “poi?”. E sorrideva sempre. Era un periodo in cui tutto accadeva e tutto doveva ancora accadere: c’erano i corsi di editoria, i progetti editoriali, le librerie enormi e quelle indipendenti, i bookcrossing, le correzioni di bozze per le case editrici, c’era l’università col suo pratone e sopra c’ero io e dentro ogni cosa c’ero io, che mi muovevo tra i libri e la paura, tra l’amore e l’ansia, un po’ come sempre, ma a Roma di più. Oggi mi sembra che all’epoca fosse tutto bellissimo e struggente.

Due: La luce. Mi ci ha fatto pensare molto tempo fa la mia amica Gilda, quando mi ha detto che una città le piaceva o meno in base alla sua luce. Era così anche per me ed era una delle ragioni per cui mi ero innamorata di Roma. Forse è per i marmi bianchi delle fontane, che quella luce accolgono e amplificano, spandendola intorno. Forse per i pini, per il correre furtivo dei raggi tra le chiome e i rami. Forse è per quei pomeriggi lenti, quando rientravo a casa al tramonto e vedevo il sole illuminare i binari della ferrovia, quelle lunghe trecce di ferro che correvano da una parte all’altra della città spingendosi verso confini invisibili. E i pini il lontananza e gli autobus che mi passavano accanto e la musica nelle orecchie. E quella pace che poche volte ho provato nella vita, quella sensazione di essere dove avrei dovuto, dove avrei voluto, e smettere ogni tentativo di fuga.

Tre: La sensazione di vivere al centro del mondo. Tutto il mondo era passato da Roma o vi sarebbe passato un giorno. Roma era una tappa necessaria, indispensabile alla vita di chiunque. Papi e imperatori, nobili, soldati, pellegrini, star del cinema, scrittori, ogni cosa accaduta nel mondo era successa a Roma, anche a Roma o soprattutto a Roma. A Roma era vissuto il poeta riminese di cui mi occupavo in quegli anni. A Roma potevo vedere davvero, nei musei o anche solo per strada, tutto quello che studiavo sui libri. A Roma i teatri si riempivano di spettacoli e concerti che avevo sempre desiderato vedere. A Roma potevi trascorrere un pomeriggio a una mostra e una sera a bere birra al Pigneto. A Roma c’erano i multisala e i cinema d’essai. A Roma potevi mangiare cibo romano, greco, indiano, giapponese, messicano, argentino, vegano, qualunque desiderio commestibile poteva essere soddisfatto tenendo in mano un menù. A Roma poteva capitare di incontrare Rocco Tanica o Serena Dandini passeggiando distrattamente fuori dagli studi della Tiburtina, potevi essere seduta per caso accanto a Niccolò Ammaniti in un locale a San Lorenzo o incrociare Valerio Mastandrea nella stessa libreria in cui trascorrevi le giornate. Poteva succedere qualunque cosa e pure questo mi dava pace, quest’incognita felice, questo trovare senza dover cercare, le risposte che Roma mi dava anche quando non le rivolgevo alcuna domanda.

Del giorno in cui me sono andata ricordo il portoncino verde di casa mia che chiudevo alle mie spalle, dicendomi che se avessi voluto sarei sempre potuta tornare. Non era vero, ma non lo sapevo ancora. Non sapevo ancora che avrei scelto un’altra vita, da un’altra parte e che, seppure piena, non mi sarebbe bastata. Che avrei sempre provato nostalgia per quell’altra vita rimasta in sospeso. Non sapevo ancora che quel portone verde era in realtà una sorta di portale, da una parte chiudevo una stanza, dall’altra aprivo una voragine.

Ma Roma resta lì, come una bestia domestica e saggia, mentre aspetta che il mondo l’attraversi aspetta anche un mio ritorno.

3 pensieri riguardo “Cose che amo di Roma

  1. Mi ritrovo nelle emozioni che descrivi legate al tuo vissuto a Roma. Quella sensazione di vivere al centro del mondo e quella segreta possibilità che qualsiasi cosa possa accadere. Sì. Ho scritto qualche giorno fa dei pensieri che riguardano anche l’altra sua faccia, quella caotica. Questa faccia l’ho chiamata “Il Devasto”. Ma Roma resta la città che ho più amato, e sento che ci tornerò.
    Mi ha fatto piacere ritrovarmi nelle tue parole :).

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