Bussola · Con parole tue · Letteratura e altre arti

Conversazione in Sicilia & Strategie Prenestine

A dicembre dell’anno scorso ho ricevuto un regalo bellissimo da parte di Valentina e adesso faccio parte anch’io del gruppo di lettura che ha messo in piedi con Carola: Strategie Prenestine. Ho avuto sempre qualche remora nel prendere parte a un gruppo di lettura, per una questione soprattutto di timidezza. Ma d’altra parte, il senso di comunità che li anima – quella possibilità di condividere con qualcuno le letture e anzi leggere parallelamente lo stesso libro – mi pare sia un motivo sufficiente per cercare di superare certe idiosincrasie personali dettate sostanzialmente dalla paura. E poi Valentina è stata sempre, per me, un punto di riferimento, non solo professionale. Ci conosciamo da molti anni e abbiamo condiviso molte avventure (e disavventure) nel periodo in cui ho vissuto a Roma. E anche se ci sentiamo poco io so che il bene che ci lega è una declinazione della parola fortuna.

Così, martedì scorso, partecipo al primo incontro dell’anno, su un “Classicone“: Conversazione in Sicilia, di Elio Vittorini. Dovrei dire meglio: provo a partecipare. Per una serie di vicissitudini familiari, infatti, riesco a collegarmi solo mezz’ora dopo l’inizio e dopo un’altra mezz’ora sono costretta a staccare il collegamento. Solo mezz’ora. Mezz’ora in cui dal letto, condivido le cuffie con mia figlia di cinque anni che non riesce a prendere sonno e reclama la mia presenza. Mezz’ora in cui, insieme, ascoltiamo Nadia Terranova dalla quale, come sempre, resto incantata per la profondità e la larghezza delle sue parole, e mentre racconta del mito, del ponte sullo Stretto e di aneddoti personali legati alla letteratura che l’ha formata, io mi chiedo cosa capirà di tutto questo mia figlia che pure sembra incuriosita e interessata a quello che viene detto. Mezz’ora in cui ascolto e leggo gli interventi dei partecipanti, tutti accurati, puntuali, senza spocchia e anzi, umani, e si vede che scaturiscono da una passione sincera verso i libri, da una passione necessaria verso i libri che inevitabilmente si legano all’esperienza che facciamo della vita e che sono loro stessi una delle esperienze che facciamo della vita, e concludo che sì, è indiscutibile, questo gruppo è un posto bellissimo.

E inoltre mi ha fornito l’occasione di rileggere interamente Conversazione in Sicilia, di cui negli anni ho spesso riletto solo il memorabile primo capitolo. La prefazione alla nuova edizione è curata dalla stessa Nadia e in un punto si legge della sua professoressa del ginnasio che chiede alla classe chi sia il protagonista del romanzo. Questo aneddoto subito me ne ricorda uno simile: sempre al ginnasio, la mia professoressa di Lettere – bionda, giunonica e con una pelliccia viola dal collo maculato – ci chiese chi fosse il vero protagonista dei Promessi sposi. Chi disse Renzo e chi Lucia, qualcuno azzardò un Don Abbondio ma lei, con lo stesso fare di una cartomante che svela gli arcani, pronunciò: il Seicento. Da allora ogni volta che introduco I promessi sposi ai miei studenti me la canto subito: il vero protagonista della storia è il Seicento, e annuisco in tono solenne.

Ma chi è il vero protagonista di Conversazione in Sicilia? Rileggo il romanzo con questo interrogativo come nuova guida. E ora mi sembra che sia Silvestro, ora il suo viaggio, simile a un pellegrinaggio o al secondo movimento di un’odissea, quello in cui l’eroe torna a casa. O forse la protagonista è la Sicilia, coi suoi profumi neri e il paesaggio rurale e inclemente. O forse, ancora, protagoniste sono le comparse che come fantasmi si avvicendano a popolare il breve soggiorno di Silvestro e la sua memoria. E le conversazioni, anche, le conversazioni che del resto danno titolo al romanzo, che attengono a un discorso unico che si frammenta nelle voci del Gran Lombardo, di Concezione, dell’arrotino o del giovane soldato, e che la presenza di Silvestro ricompone. Ma poi mi pare che il vero protagonista della storia sia un certo sentimento di abbandono, di mancanza, un sentimento che germoglia ogni volta che un isolano lascia i suoi luoghi con l’intento di tornarvi e con l’ingenua illusione che al suo ritorno ritroverà le cose care della sua giovinezza.

Eppure, più lo rileggo più penso che tutto, tutto – quel sentimento e il viaggio e la Sicilia – è già in quel primo capitolo, per me folgorante ancora adesso come vent’anni fa.

*

“Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.
Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire a vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.”

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