Letteratura e altre arti

L’arte gentile di Ettore Spalletti

Sono trascorsi tre anni dalla morte di Ettore Spalletti, artista abruzzese che avviò la sua carriera negli anni Settanta con un’indagine sulla materia e sul colore. La sua opera ha attraversato tre decenni e molteplici città internazionali fino a culminare, nel 2014, in una retrospettiva dal titolo Un giorno così bianco, così bianco che ha visto coinvolti, insieme in via eccezionale, il MAXXI di Roma, la galleria GAM di Torino e il Museo Madre di Napoli, per un totale di circa settanta opere esposte.

Pittore e scultore, le sue opere sono in grado di comunicare il mistero del mondo, la sua invisibile dolcezza. È forse quest’innegabile gentilezza dello sguardo l’essenza del suo lavoro, che si ritrova nel desiderio di cercare un contatto attraverso la creazione di un mondo ideale e sospeso che porta alla luce l’essenziale mediante sottrazione. La sua ricerca artistica era incentrata sulla dimensione dello spazio – che porta con sé quella del tempo – sulla materia e sul monocromatismo. Ettore Spalletti lavorava con le polveri; bastava un gesto perché si disperdessero o si accumulassero in un punto, costituivano l’incognita del non sapere come si sarebbero disposte sulla superficie, mentre il gesto creativo guidava la materia e dalla materia si faceva guidare; restavano sulle mani come la polvere che il trascorrere del tempo regala ai corpi, nell’atto dell’oblio che li riporta a una dimensione spirituale, eterna. Lavorava sullo spazio, abolendo i contorni nelle opere pittoriche, lasciando che il colore dilagasse sulla superficie e diventasse puro luogo da attraversare; le sue sculture sono invece immerse in un’armonia sospesa, non invadono mai, ma impreziosiscono lo spazio fisico che le circonda, in cui sembrano inserirsi come un’assenza colmata, così il visitatore le ammira pensando ecco, ecco ciò che mancava. Lavorava sul colore, prediligendo l’azzurro, il rosa, il grigio. L’azzurro perché è il colore dell’atmosfera, cambia continuamente e impercettibilmente, non è un colore di superficie ma il colore in cui siamo immersi, il colore che noi respiriamo, ha una dimensione verticale, ci appartiene, ci attraversa. Così in certi quadri sembra davvero che una porzione di cielo sia precipitata davanti ai nostri occhi. Il rosa, colore dell’incarnato, che cambia con l’umore, con la luce, diverso da persona a persona e per questo universale, profondamente umano. Il grigio, colore neutro e discreto, perché concilia gli opposti – il nero, il bianco – e la sua natura accogliente lo rende il colore prediletto, dove ogni contrasto si risolve in una pace conquistata. Colori minori, ma presenti, il porpora e l’oro, da sempre regali, come raggiunti da un altro tempo.

L’opera di Spalletti acquista così una dimensione metafisica, di continuo rimando ad altri tempi e altri luoghi, pur rimanendo ancorata a quella umana. Forse per questo l’artista era un amante dei quadri di Giorgio Morandi, che come lui restituiva dignità alla commossa quotidianità del presente, alludendo tuttavia a un tempo eterno: delle bottiglie su un piano, dei bicchieri, la luce che li rende vivi, esistenti allo sguardo. Sempre uguali e sempre diversi, come i giardini e le case che abitiamo. È proprio a un giardiniere che l’architetta Patrizia Lonetti, sua compagna nel lavoro e nella vita, paragonava Ettore Spalletti: come un giardiniere si prende cura delle piante, così lui curava il proprio lavoro, con tenacia e pazienza, avendo chiaro che alcune opere hanno bisogno di un tempo maggiore e altre di un tempo minore, ma tutte, quando sono mature, fioriscono e trovano il proprio posto nel mondo. Un posto che per l’artista era l’amato Abruzzo, le cui colline affiorano talvolta nelle sue opere col loro profilo azzurro, come una nebbia o un sogno. L’Abruzzo è anche il luogo in cui trascorse la propria vita, senza mai sentire la necessità di affrontare viaggi esotici verso posti sconosciuti, ma imparando a scorgere il cambiamento nelle cose intorno, sotto il proprio cielo. Così anche noi cambiamo, pur restando fermi, trasmigriamo verso altre versioni di noi stessi, come paesaggi che mutano al passaggio della luce, avendo i nostri giorni, solo apparentemente uguali, la stessa novità di un’alba.

Non aveva grandi storie da raccontare, se non la prima e unica dell’uomo, che è la storia della sua salvezza o della sua dannazione. Probabilmente è per questo che amava tanto la storia del Ponte del capello, raffigurata nel giudizio universale della Chiesa di Santa Maria in Piano, a Loreto Aprutino: se i dannati fossero riusciti a superare il ponte quando diventava sottile come un capello si sarebbero salvati, altrimenti l’acqua del fiume li avrebbe trascinati via per sempre. È questo soggetto che Spalletti interpreta in un gruppo scultoreo formato da quattro elementi: due blocchi azzurri rappresentano le schiere dei dannati, un arco nero e sottile il ponte, sotto cui è posta una superficie grigia o azzurra, specchio dell’acqua. Così nelle sue opere si ha l’illusione di riuscire ad attraversare quel ponte impossibile, e nella loro generosa perfezione, la possibilità di essere finalmente salvati. Così la sua arte si costruisce per sottrazione e disvelamento: tolto tutto, resta l’essenziale. Ogni elemento si ricompone perfettamente nello sguardo del visitatore che al tempo stesso accoglie ed è accolto dall’opera. Completa il disegno, gliene riconosce un senso, ne attribuisce un valore.

Tale valore è quasi sempre un valore spirituale. Cos’è, del resto, il rimando a un altro mondo più vasto, profondo e perfetto, se non spiritualità? Un quadro azzurro che riporta al cielo, un quadro rosa all’umano, perfino l’intervallo vuoto tra un’opera e l’altra acquista senso, mai crepa, mai frattura irrisolta, ma respiro tra una verità e l’altra. Non serve l’intelligenza a spiegare l’arte di Ettore Spalletti, che asseconda il desiderio di potersi dire amati; basta sentirsi umani o riscoprirsi tali attraversando i suoi quadri. Allora l’intelligenza sta semmai in questo: farsi accogliere fino a diventare un punto impercettibile dell’opera, che nell’opera acquista senso disperdendosi. Ogni personale frattura, davanti a un suo quadro o a una sua scultura, si ricompone in una pace senza fine. E ammirare le sue opere significa sentirsi amati, accolti nella sua sapienza.

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