Bussola

Nato due volte – #2

ferita e dolore
non sapevo cosa fosse venuto prima
si appartengono come non si appartiene nessuno
prima e dopo
si riproducono insieme
si contendono la superficie


Domenico Brancale

*

Non so bene in quale momento sia avvenuto, ma a un certo punto il tempo si è moltiplicato e sfilacciato, è cominciato a scorrere a velocità diverse. Alla solita velocità scorreva il tempo di tutti: i turni delle infermiere e delle ostetriche, l’ora di colazione pranzo e cena, l’alba e il crepuscolo, le giornate di sole e quelle di pioggia, una dopo l’altra, ordinate. A una velocità maggiore scorreva il tempo degli antidolorifici: stordita, mi addormentavo e mi svegliavo in un battito di ciglia ed erano già passati dieci o venti minuti. Ma su tutti dominava il tempo che scorreva più lentamente, quello che si prendeva tutto, il tempo della lontananza, degli ospedali, del non sapere e del non vedere, dell’apnea.

Nei tre giorni che trascorro in clinica mi concentro su due soli obiettivi: avere fiducia e rimettermi in fretta per andare da mio figlio. Per il primo, senza saperlo, mi aiuta mio marito. Dalle dodici all’una, nell’ora di ricevimento, si reca all’UTIN, l’Unità di Terapia Intensiva Neonatale. Guarda nostro figlio da dietro un vetro, infila le mani negli oblò della culla, lo accarezza, parla coi medici che lo aggiornano sul suo stato di salute. Nel pomeriggio viene a riferirmi come sta. Mi rassicura, mi dice ogni volta «Adesso sta meglio» e ogni volta contrappongo quell’adesso a un prima in cui stava male. Mi riporta le notizie con calma e con un sorriso stanco ma ottimista. Io scandaglio ogni movimento del suo volto, dei suoi occhi, per cercare di capire quanta verità ci sia nelle sue parole e quanta volontà di proteggermi.

Il primo giorno di terapia intensiva gli chiedo di portarmi una foto del bambino. L’indomani, prima di mostrarmela, mi mette in guardia: «Non ti impressionare», mi dice.
Nella foto il bambino non si vede: si vede una cuffia azzurra su una piccola testa, un sondino che finisce nel naso, uno nella gola, una flebo sul braccio sinistro, tenuto fermo su un supporto rigido con due fascette, il saturimetro attaccato a un piede, i cerotti sui talloni, la bocca e le palpebre gonfie. Nessuno, vedendolo, avrebbe osato contendersi una somiglianza. Io non mi impressiono, ma sento il cuore che si accartoccia su sé stesso: sotto tutta quell’impalcatura c’è mio figlio.

Mi rimetto in fretta. Il giorno dell’intervento muovo qualche passo grazie all’aiuto paziente di mia sorella, due giorni dopo, sia pure con dolore, posso andare in bagno da sola. Mi è passato quasi del tutto il male alla spalla e al costato che mi impediva di parlare e respirare. La mattina delle dimissioni indosso il vestito blu a righe bianche e resto seduta su una sedia in attesa che mio marito venga a prenderci per andare al reparto di terapia intensiva. All’idea di vedere mio figlio sono impaziente e spaventata. Non è che un bambino sconosciuto, un corpo ormai estraneo al mio, eppure mi pare di sentirlo questo sangue che mi chiama a gran voce nelle vene. Svuotiamo la stanza e chiudiamo i borsoni. Prima di andare via chiedo all’infermiera di somministrarmi un antidolorifico, la giornata sarà lunga e devo ridurre al minimo le probabilità di soffrire.

Devo ridurre al minimo le probabilità di soffrire” deve aver pensato anche la mia testa, a mia insaputa, il giorno stesso del parto. E a mia insaputa ha messo in atto le strategie di cui era capace. Io che credevo, tutto sommato, di avere retto bene il colpo, di avere messo tutto rapidamente in prospettiva – mio figlio è in terapia intensiva ma non è grave, capita a molti bambini, tra qualche giorno uscirà, il distress respiratorio è un evento relativamente frequente, e altri mantra che mi recitavo – all’improvviso mi ritrovavo a percepire chiaramente solo il mio corpo, tutto il resto: lontano. Lontane le persone davanti a me, lontane le sbarre del letto, le lenzuola, lontana la porta scorrevole del bagno, i piatti dei pasti, lontane le parole di chi mi parlava, il volto di mia sorella, lontani gli infermieri che si avvicendavano con garze e siringhe, lontani i muri a cui mi appoggiavo con incertezza per timore che svanissero da un momento all’altro. Osservavo ciò che mi circondava con sospetto e incredulità, dubitando della reale esistenza delle cose e delle persone, guardavo come dal fondo di una boccia di vetro, allungavo la mano per toccare, tentando goffamente di emergere dalla condizione ubriaca e aliena in cui mi trovavo. Ma tutto era inutile. Ho attribuito il malessere prima all’anestesia, poi agli antidolorifici, ma i medici a cui chiedevo mi smentivano, dicevano che non era possibile. Intanto continuavo ad affondare nella sospensione di una nebbia che mi allontanava dal mondo.

(Gli episodi di derealizzazione me li sarei portata a casa, a casa avrei dato loro un nome e un senso, avrei imparato che possono presentarsi in occasione di eventi traumatici e che hanno durata variabile. Nel mio caso si diradarono poco alla volta, man mano che le condizioni di mio figlio miglioravano e capivo che da un giorno all’altro sarebbe stato dimesso. Quando finalmente varcai con lui in braccio la soglia di casa, scomparvero del tutto.)

*

Nato due volte – #1

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