Letteratura e altre arti

Trema la notte, di Nadia Terranova

«Il mondo come l’avevo conosciuto finì e ogni cosa amata e odiata scomparve.»

Sono gli ultimi giorni del 1908 e le coste dello Stretto, da una parte e dall’altra, brulicano di vita. Un treno sferraglia lungo i binari, in teatro risuonano le note dell’Aida, e mentre nell’aria si spande un odore di torrone e bergamotto, sul mare si riflettono le prime luci elettriche della città.

Sulla costa continentale, a Reggio Calabria, scorre l’esistenza di Nicola, un ragazzino di undici anni, amato dalla madre di un amore insano e disperato. Ogni notte viene legato, caviglie e polsi, a un catafalco in cantina, perché non se lo porti il diavolo. Serrato in quelle corde, Nicola si scopre insufficiente, vorrebbe essere grato per quell’amore incomprensibile, ma da quell’amore vorrebbe soprattutto liberarsi.
Sulla costa insulare, tra Scaletta Zanclea e Messina, c’è Barbara, una giovane donna “sopravvissuta alla sua infanzia” grazie ai libri, che vorrebbe essere vista e riconosciuta, che chiede per sé indipendenza e libertà e per questo decide silenziosamente che non sposerà mai l’uomo che il padre ha scelto per lei.
È il 27 dicembre del 1908 e tutto sta per cambiare: di lì a poco Messina e Reggio non saranno più le stesse, vite e palazzi verranno rasi al suolo, e Nicola e Barbara impareranno la violenza della morte e della vita.

Le vite di Nicola e Barbara scorrono per molto tempo parallele, separate dal mare e dagli anni, ma in un punto, fatalmente, si incontrano. Il terremoto ha da poco devastato le città e i due si muovono come fantasmi, relitto di ciò che erano tra relitti di ciò che c’era. È un incontro stralunato e distratto, che avviene quasi per caso sullo sfondo di un atto bestiale, e che segnerà profondamente l’uno e l’altra. Anche se ancora non lo sanno, hanno almeno una cosa in comune: entrambi sono spinti avanti da una forza misteriosa complementare e opposta a quella venuta dal mare e dalla terra. Una forza vitale che grida alla sopravvivenza e innerva il romanzo fin dalle prime pagine, che apre una breccia nell’orrore e da quella breccia fa passare la luce.

È l’antico mito di Eros e Thanatos, i due impulsi che dominano la vita degli uomini. Uno muove verso la distruzione ed è quello del terremoto, che strappa via, che cancella, che si abbatte sui buoni e sui cattivi senza differenza, priva i figli delle madri e le madri dei figli, con violenza ma senza colpa. L’altro impulso, parimenti, s’impone senza meriti anche dove vorrebbe ristagnare il vuoto. È la forza vitale che porta Barbara ad accogliere un seme nel suo ventre sebbene lei non l’abbia chiesto né voluto.  È una spinta corale e femminile, capace di fondare una comunità sullo spirito solidale delle donne. È il sollievo e la colpa di sapersi vivi, mentre gli altri “vivi sono tutti morti”. Di avere la possibilità di nascere un’altra volta, diventare un’altra persona, scegliersi un’altra vita.

Questa vita, questa luce invincibile, è la potenza di questo romanzo. Che sprigiona dai ventidue arcani maggiori come un disegno segreto o un destino, come una parola pescata e subito inverata. E la lingua è altrettanto potente: matura, sorvegliata, capace di incidere passaggi altamente letterari, di costruire mondi e personaggi tridimensionali, scandagliare gli angoli della loro umanità e farli vivi.
Perché le opere che non si fermano alla superficie, che scavano profonde negli abissi più scuri, si prestano a essere grandi opere, e se da quell’oscurità non sapessero trarre fuori almeno una scintilla, di tutte quelle ombre che cosa resterebbe?

2 pensieri riguardo “Trema la notte, di Nadia Terranova

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