Bussola

Essere acqua, essere terra

Non ricordo niente se non lo scrivo. Né le cose da fare in una giornata, né le cose che sono accadute. La mia casa è piena di fogli. Liste che straccio appena completate, appunti che ritrovo dopo giorni o mesi, biglietti infilati ovunque, sopra il mobile della dispensa, sul tavolo della cucina, nella libreria in soggiorno, nei cassetti del comodino, tra una pagina e l’altra dei volumi che leggo. La mia vita assume questa forma piatta e bidimensionale, bianca, scarabocchiata, precaria e logorabile in ogni suo aspetto.

In passato ho scritto per ricordare. Per trattenere i momenti, farli durare in uno spazio e in un tempo fuori dall’ordinario. Funzionava. Rileggere i vecchi post mi riportava in luoghi finiti, ero a Roma all’ultimo esame di latino, alle serate al Circolo degli Artisti, dal fruttivendolo pakistano sulla Tiburtina. Ero nella mia vecchia casa, avevo sette anni, ne avevo quattordici, litigavo con mio padre, dormivo sulle gambe di mio nonno, soffocavo, guardavo gli alberi cambiare colore. Dilatavo la maglia larga e inesorabile del tempo, la scrittura era la sfera dura in mezzo, curvava la rete a suo piacere, durava nell’impermanente.

Quando ho smesso di scrivere ho smesso di ricordare. L’ho fatto con intenzione. Il dolore si era preso tutto, la possibilità di un riscatto, il desiderio che restasse qualcosa. Non doveva restare niente.

Quando ho smesso di scrivere ho smesso di ricordare. L’ho fatto con intenzione. Il dolore si era preso tutto, la possibilità di un riscatto, il desiderio che restasse qualcosa. Non doveva restare niente. Nemmeno uno dei respiri che perdevo. Ho proseguito così, per sottrazione, meno parole, meno ricordi, meno persone, meno quello che ero. Ho tirato una linea lunghissima e, sotto, è rimasta la vita di tutti. Gli affitti, i traslochi, un matrimonio, le bollette, il lavoro, una figlia, i lutti.

Non è corretto dire che non provavo niente. Semmai il contrario. Ma tutto quello che provavo si accumulava senza senso in un posto indefinito tra la gola e la pancia. Una volta ho letto da qualche parte che siamo la narrazione di noi stessi che rendiamo agli altri. È evidente che esistiamo al di là del raccontarci o meno a qualcuno. Ma finché non ci raccontiamo a qualcuno siamo nient’altro che una serie contabile di eventi. Abbiamo avuto un incidente, ci siamo separati dal compagno o dalla compagna, il nostro negozio ha chiuso. Questo siamo, finché la nostra voce non interviene, una vicenda di passaggio sulla bocca degli altri.

Perciò mi sono chiesta chi fossi adesso. Cosa sarebbe successo se fossi tornata davanti allo specchio, dopo anni in cui avevo smesso di annotare i cambiamenti della mia faccia. Verso quale tono scuro fossero virati i miei occhi. Quanto ancora si fossero curvati gli angoli della mia bocca. Quanto più profondo fosse il breve solco verticale tra le sopracciglia. Se potevo ancora dirmi intera e, soprattutto, se potevo ancora dirmi.

Un’isola può avere origine da diversi fenomeni: da un accumulo secolare di materiali sedimentari, dagli smottamenti della crosta terrestre, dall’erosione, dal vulcanismo. La sua ferma presenza è data da una serie di mutamenti geologici avvenuti in passato per lunghissimo tempo. Finisce dove comincia l’acqua. Un’isola può dirsi tale se può raccontare di sé il suo passato e se sa definire l’acqua che le scorre intorno.

2 pensieri riguardo “Essere acqua, essere terra

  1. Leggerti è dolce e doloroso insieme.
    La tua scrittura è bella e potente perché non racconta solo di te ma di tante altre isole. Anch’io mamma dal 2017.
    Un abbraccio, sarà bello continuare a leggere

    "Mi piace"

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