Bussola

L’estate del 2020

L’estate del 2020 è stata quella in cui ho tolto il pannolino a mia figlia.

L’estate del 2020 l’ho trascorsa per lo più a studiare la teoria per la patente. La mattina presto mi mettevo in balcone e davanti al computer vedevo sfilare i segnali di pericolo, quelli di divieto, quelli di obbligo. Poi il sole scaldava le pietre, gli infissi e le mie spalle. Allora mi sedevo sul divano col ventilatore puntato addosso e segnavo: vero, vero, falso, vero, falso. Sul Bullet Journal dell’anno prima, lasciato incompleto come quasi tutte le mie cose, appuntavo il numero di errori e disegnavo accanto una faccina. Il 28 agosto ho sostenuto l’esame. Quando l’esaminatore della motorizzazione mi ha riconsegnato i documenti dichiarando “idonea” io ho pensato “E vai! Addio”, ma ho detto “Grazie, arrivederci”.

L’estate del 2020 è stata quella in cui ho cominciato a soffrire seriamente di cervicale. Giravo il collo e il mondo si capovolgeva, anche se tenevo gli occhi chiusi. Più di una volta ho rischiato di cadere. Ma continuo a tenere i capelli bagnati dopo la doccia. Avere le vertigini ha qualcosa di inspiegabilmente divertente.

L’estate del 2020 è stata quella in cui siamo stati in vacanza a Ostuni. E allo zoo di Fasano, a Monopoli, a Cisternino e al mare di Lido Morelli. Ed è stato bellissimo: ho accarezzato una zebra e una giraffa, mi sono chiesta come fosse Monopoli negli anni in cui mio nonno ha insegnato lì, ho imparato qualcosa sui trulli e sulla Valle d’Itria, mi sono innamorata di una madonna, ho mangiato le frise col pomodoro e la mozzarella di bufala al tramonto in un locale stupendo e affollato per due sere di fila, ho salvato mia figlia da un bull terrier, ho fatto l’amore di nascosto al pomeriggio, ho bevuto più caffè in ghiaccio di quanti il mio corpo potesse sostenerne, ho comprato settanta euro di ceramiche pugliesi (alcune per regalarle), ho desiderato restare, non andare via.

L’estate del 2020 è stata quella in cui ho cercato su internet decine di persone sconosciute per sapere di dove fossero e dove avessero lavorato. Quella in cui ho pianto per la paura di finire lontano. Per il desiderio segreto di finire lontano. Quella in cui ho immaginato la mia vita futura in posti sconosciuti a me e al mondo intero – paesi di montagna sperduti, isole abitate solo d’estate – e nel solo posto che mi è divenuto familiare per rassegnata abitudine. L’estate del 2020 è stata quella in cui ho avuto il ruolo ed è stata l’ultima in cui ho fatto domanda di disoccupazione. O almeno spero.

L’estate del 2020 è stata quella in cui ho continuato ad avere paura. Perché settembre è il mese degli inizi e gli inizi, con buona pace di Pavese, sono sempre terrificanti. Temo settembre, le sue novità, il suo eterno senso di cominciamento, lo strappo dalle cose conosciute, il lancio nel vuoto. C’è sempre un buon motivo per avere paura. Ma il solo motivo per vincerla è il dovere di vincerla.

L’estate del 2020 è stata quella in cui ho studiato debolmente pedagogisti e psicologi dell’età evolutiva. Piaget, Vigotskij, Freud, Goleman, Bruner. Avrei potuto fare di più, avrei dovuto fare di più. O forse avrei dovuto fare di meno. Leggere, scrivere, ritrovarmi.

L’estate del 2020 è stata quella in cui il Covid ha avuto una nuova impennata, ma contenuta, soffocata dal desiderio di tornare a una vita normale. Quella in cui prima di uscire di casa abbiamo preso l’abitudine di mettere in borsa la mascherina insieme agli occhiali da sole e al portafogli.

L’estate del 2020 è quella in cui ho compiuto trentacinque anni. Quella in cui ho tentennato: da una parte nutrendo un lutto perpetuo, il vuoto che mia madre ha lasciato per sempre, la consapevolezza che non mi dirà più che un certo numero di anni prima lei era nel balcone dell’ospedale, in attesa della mia nascita, ascoltando il concerto di Claudio Baglioni allo Stadio Celeste; dall’altra parte la paura di una giornata dolorosa e assurda come quella dell’anno precedente, in cui ho pianto e pianto e quando non ho avuto più lacrime sono scesa in spiaggia e ho aspettato che la giornata finisse. Poi ho pensato a questo: che era il giorno in cui mia madre mi aveva dato la vita, e l’unico modo che avevo per esserle ancora grata era cercare di essere felice. E quindi ho messo le lucine in balcone, prenotato rustici e focaccia, il gelato – la torta no, non potevo sostenerla – invitato alcuni amici. E abbiamo mangiato insieme, chiacchierato, anche sorriso. Ho scartato i regali man mano che arrivavano. Nessuno mi ha cantato Tanti auguri, tutti hanno usato un certo accorto silenzio. Non abbiamo fatto alcuna foto. Sono stata bene.

L’estate del 2020 è stata quella in cui ho sudato di più, come tutte le estati. Ripromettendomi che un altr’anno, per prima cosa, l’aria condizionata in tutte le stanze.

E anche nel 2020, quando l’estate è finita, ho pensato quello che penso tutte le estati: finalmente.

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