Interviste · Letteratura

Di fame e poesia. Una conversazione con Mario Giampaolo

tutto
si rivolta
alla timidezza degli azzurri

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C’è qualcosa di magnetico nelle poesie di Cronache primitive, l’ultima raccolta di Mario Giampaolo pubblicata da Interno Libri Edizioni.

Da una parte, è una forma di disobbedienza carsica che attraversa i componimenti. Disobbedisce il linguaggio che crea connessioni inattese in un tessuto linguistico altrimenti piatto, opaco. Disobbedisce il corpo che vuole darsi nella pura dimensione di ciò che è: carne, materia, fame. Disobbedisce la ragione che allenta la sua presa e si lascia andare ai ricordi e alle fantasie.

Tuttavia, al pari della disobbedienza, agisce in queste poesie una rara forma di gentilezza che posa lo sguardo dove altri lo distoglierebbero, illuminando anche le parti peggiori di noi, di quanto ci attraversa. È ciò che è vero e vivo in noi – la nostra vergogna, il nostro spavento, il nostro insolente bisogno d’amore – che talvolta fatica per venire alla luce e perciò si affida alla parola. Anche questo è un modo per salvare, per salvarci.

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Mario, grazie per la tua disponibilità. In Cronache primitive ho ritrovato molto di quanto per me può dirsi poesia: indagine, separazione, conforto. Quindi comincio col chiederti: che cos’è per te la poesia e che senso ha oggi praticarla?  

La poesia per me è un metodo di indagine e ricerca di verità che nasce da una contraddizione: la certezza che la nostra volontà sia nulla davanti al caos, ma che sia anche l’unico strumento che abbiamo per attraversarlo generando un minimo di senso. Praticare oggi la poesia significa difendere una zona franca del linguaggio. Mentre il mondo e l’informazione sacrificano la complessità alla comprensibilità immediata, riducendo le parole a dati univoci, la poesia fa il contrario: ridà vita a quella parte di linguaggio che abbiamo immolato al senso comune. Non mette in fila informazioni, ma supera deliberatamente l’idea di una comunicazione univoca per non sacrificare i potenziali “sensi” di una parola o di una frase. In questo rifiuto della non-contraddizione, avventurandosi nella salienza percettiva delle cose, la poesia dice ciò che la lingua codificata non sa dire. Il suo senso sta in questo rischio: quando riesce a toccare una verità con un assemblaggio irrituale di parole uccide un dubbio e accresce, per un istante, il nostro stare al mondo. Se va male è stato un azzardo, ma almeno nobile. 

Ci sono degli autori o delle autrici verso cui ti senti debitore – per un certo loro modo di scrivere o di concepire la poesia? 

Devo l’amore per la poesia a due scoperte fatte in adolescenza: Gregory Corso e Cesare Pavese. Il primo mi ha insegnato la libertà concettuale e che i testi potevano diventare delle armi anti-benpensanti. Pavese mi mise davanti all’orrore delle emozioni e alla loro bellezza, a come queste modificavano il paesaggio, le persone e le speranze. Ma se ho continuato a scrivere è stato per molti altri autori, a partire da Raymond Carver, che credo incarni il valore dell’austerità letteraria; il racconto del quotidiano più profondo, credibile e umano che ho incontrato trent’anni fa e resta per me il porto più sicuro. Infine, una scoperta degli ultimi mesi è stata quella di Zhou Yaping e Hai Zi. In questi autori c’è una infinita grazia sospesa sulle città e sulla natura, di cui gli esseri umani sono solo una piccola componente. Credo ci sia davvero tanto da imparare da loro.

Diverse tue poesie contengono riferimenti alla fame: «fame delle speranze», «campo affamato», fino a un’immagine molto bella e precisa: «non trattenere / il desiderio di avere le mani / ferme e affamate dei ladri». Cos’è per te la fame e che ruolo ha nella tua scrittura?

Sia nella raccolta che nella mia percezione, la fame è legata al nostro senso più arcaico: il gusto. Un impulso che spinge poco alla razionalizzazione, che divide “automaticamente” (come i ragni rossi) il buono dal cattivo. Un istinto per la vita tanto irrazionale quanto fondamentale. Nella definizione del concetto di primitivo che c’è nella raccolta, di certo questa “fame” ne è uno dei tratti fondamentali: non giusta, non sbagliata, non elegante, non educata. Vera, liberante, che dà forma ai nostri desideri, alle nostre necessità. Senza il rischio della razionalizzazione.

Nelle tue poesie ricorrono molte immagini originali e impreviste, dalle «costole di corvo» alle «foreste di angoli in fiamme» al «peso cremisi dei cieli». Che tipo di lavoro fai sulle immagini e da dove arrivano?

Arrivano sempre dal lavoro quotidiano, ma hanno di solito due origini. In alcuni casi sono l’inizio, “l’innesco” di una o anche più poesie. Sono la piccola rivelazione di un piano metaforico, la visione sintetica ma profonda che puoi sviluppare anche in altri versi e in altre immagini. Altre volte le immagini sono invece la risultante di un lavoro di eliminazione e focalizzazione, affinché ci sia una chiave emotiva di accesso a quella poesia. Quindi ogni immagine ha una storia a sé, ma quello che so di certo è che prima di “esistere definitivamente” deve riuscire per molte volte a farmi rispondere affermativamente a queste domande: Onestamente Mario, sicuro che non è solo per stupire? Sicuro che non sia solo quello che sei riuscito a scrivere? Quindi è proprio quello che volevi dire, che vedevi, che sentivi? Sei certo che ci sia spazio per qualcun altro in queste parole? 

«I nei sono le braci dei bivacchi / nell’asia centrale dei fianchi // viaggiarti / richiede la notte e ci si ferma per gioia / a fumare e immaginare l’arrivo». Qui e altrove la tua poesia si apre a una dimensione esplorativa e, nelle mappe che traccia, il luogo indagato è spesso il corpo. Cosa si può conoscere attraverso il corpo e cosa, invece, resta inconoscibile?

Il corpo è l’unità minima di senso, l’inizio di ogni contatto e assenza. Nella sua forma pura è una dichiarazione naturale contro l’omologazione e questo lo rende oggi un territorio di azione, di reazione e per me di esplorazione. 
La lingua fa una gran fatica a rispondere a domande del tipo Come stai?,  il corpo invece sa rispondere benissimo. Credo sia in quella “lingua” del corpo l’inconoscibile che dici e la poesia non solo ne è attratta, ma scommette forte sulla possibilità di impararne la lingua e saperla tradurre. 

Siamo alle ultime battute e ti chiedo: una poesia che grazie al cielo esiste, una canzone che per fortuna è stata registrata e un libro senza il quale il mondo sarebbe un posto più povero. 

Questa è stata la domanda più difficile a cui dare risposta. In questo momento Commozione di Hai Zi rappresenta il mio concetto di perfezione poetica. 
Ho un set di canzoni che uso per ispirarmi e di certo la musica è una passione enorme, fondamentale, anche più grande della poesia in alcuni momenti della mia vita. Quindi ti indico una canzone che ascolto invece solo per ballare e urlare e che è stato – negli stessi in cui scoprivo la poesia – l’inizio di molte libertà: The mercy seat di Nick Cave. “An eye for an eye / And a tooth for a tooth / But anyway I told the truth / And I’m not afraid to die”.  
Infine come libro potrei citare molte cose, forse dovrei puntare su Céline, ma credo che La Democrazia – storia di una ideologia di Luciano Canfora dovrebbe essere mandato a memoria. 

Rispondi a una domanda che non ti ho fatto ma che ti sarebbe piaciuto ricevere.

Di cosa hai fame?

Di andarmene da qualche parte nel Mediterraneo, scrivere la mattina presto all’ombra, bere passito gelato, innamorarmi, fumare e seguire il calciomercato del Napoli. 

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