Bussola

Cicale

Sono una sorta di cicala, forse. D’estate canto, mi godo la luce della sera.
Ho dei momenti luminosi di semina. Al mattino: decido. Perfino i colori delle case che si vedono dal mio balcone, d’estate, sembrano più vividi. C’è accordo fra me e il tempo, il più delle volte non mi sento rincorsa, posso respirare.

Come le cicale, per buona parte di quest’estate ho lavorato – è quello il loro lavoro: cantare. In primavera avevo guardato una serie tv su Emily Dickinson. Era un periodo terribile, non c’era luce da nessuna parte. Quella serie mi ha smontato e mi ha rimesso insieme. In una scatola che possiedo, ma che avevo dimenticato, ho visto accendersi una scintilla. Adesso la devi seguire, mi sono detta.

Quindi ho iniziato a comportarmi come se le cose che prima non avevano senso, lo avessero. All’inizio continuavo a vederle grigie sbiadite smarginate, ma da qualche parte dovevo pur cominciare. Ho ripreso tutta la scrittura degli ultimi anni, che credevo poca, rotta. Ho fatto come fa mia figlia al mare, ho separato le pietre diverse da quelle ordinarie. Come lei, ho portato le prime con me.

Imparo sempre qualcosa d’estate – ma non le sciocche prediche della formica. S’impara solitamente in maniera imprevedibile e quel giorno eravamo al mare.
Mio figlio, sulla battigia, continua a ripetermi che ha paura, non vuole fare il bagno.
– Ho paura, mamma.
– Va bene, usciamo e proviamo dopo?
– No.

Stazioniamo lì, coi piedi lambiti dall’acqua, lui coi braccioli e il salvagente, io accucciata accanto a lui, e non ho modo di fargli capire che è al sicuro: perché ha paura. A un certo punto, esasperato, corre in mare gridando Io non la voglio la pauraaaa, non la voglio la pauraaaa!

Le cicale mi sono care. Da bambina abitavo un luogo in cui era facile vedere le stelle. D’estate dormivamo con le finestre aperte, l’ultimo suono che sentivo prima di addormentarmi era il loro canto. Le loro voci si sovrapponevano l’una all’altra in un rumore verde che mi cullava. Accendevano una luce in mezzo alle colline buie. Era un frastuono così dolce.

Torno ancora in quel luogo, vado a trovare le ombre della mia famiglia. Una mattina, rientrando da lì con mia sorella, lei si è fermata di colpo in mezzo alla strada, ha abbassato i finestrini e mi ha chiesto:
“Le senti?”
“Cosa?”
“Le cicale. Le senti?”
Non le sentivo. Quel suono l’ho perso. Solo dentro di me è ancora vivo.

Tornano spesso, quando scrivo. Si posano sulle mie spalle, mi sussurrano all’orecchio la loro antica allegria. Balzano da un lato all’altro del tavolo, mi fanno festa. Mi ricordano da dove vengo, cosa mi piace, di cosa ho bisogno. Mi calmano. Mi invitano a proseguire, mi promettono cose nuove. E io le ascolto. Le accolgo.

Nemmeno io la voglio, la paura.

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