Letteratura e altre arti

La gente e altre seccature, di Judith Viorst

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Si ritrovano almeno due grandi qualità nella raccolta poetica di Judith Viorst, La gente e altre seccature (Einaudi 2023, traduzione di Leonardo Guzzo e Marco Sonzogni). La prima è la vocazione all’oralità: i suoi componimenti dovrebbero essere declamati ad alta voce per sprigionare tutta la loro potenza. Allora i suoi personaggi si incarnerebbero, occuperebbero lo spazio che meritano, abiterebbero una dimensione maggiore, fuori dalla pagina e nel mondo. La seconda è l’ironia, la dote migliore che possa avere uno scrittore, una scrittrice soprattutto e un essere umano in generale. Quella di Judith Viorst è irresistibile: è grazie all’ironia che mette in scena i dettami e l’insensatezza di un mondo che ci vorrebbe sempre audaci, coraggiose, perfette. Al lettore e alla lettrice non può che sfuggire più di un sorriso. Un sorriso complice in verità: specialmente se sei una donna, se oltre ad avere dei figli hai anche l’ambizione di scrivere, se ti destreggi quotidianamente tra le incombenze domestiche e la vocazione alla letteratura, se hai il difetto di cercare l’approvazione – assurda – del mondo assurdo in cui vivi.

Quando nevica e io metto le calosce
mentre lui legge il giornale,
allora voglio diventare una
donna del Movimento di Liberazione delle Donne.
E quando nevica e lui cerca un taxi
mentre io aspetto all’ingresso,
invece non lo voglio.

Chi volesse cercare del lirismo nei suoi componimenti resterebbe a bocca asciutta: non c’è lirismo, ma un catalogo di donne che potrebbero benissimo essere la declinazione plurale di un unico personaggio: tu. È di te che parla quando enuncia le ragioni – banali, quotidiane, per niente ideologiche – per cui ti infervori e ti appelli al femminismo, al Movimento di Liberazione delle Donne, e passi in rassegna le storture del patriarcato e al tempo stesso ti rintani in certe sue pieghe per tacita comodità. Parla di te, e di tutte le altre. È di te che parla quando a Natale, cercando di tenere insieme tutto, hai pensato ai regali troppo tardi, hai sbagliato la taglia e il colore delle camicie per tuo marito e ti sei dimenticata di scongelare il tacchino. Di te, e di tutte le altre. È di te che parla quando elenca uno per uno i segni di una vecchiaia incipiente, e magari ancora non hai nemmeno quarant’anni, ma eccolo lì: lo sbadiglio se stai troppo fuori dopo la mezzanotte e l’affanno già al primo piano e i nei di bellezza che di colpo gli specialisti chiamano macchie e tu allora fai l’unica cosa che puoi fare: aspetti che arrivi anche la saggezza, per accettare tutto questo progressivo disfacimento del corpo. È di te che parla quando quello che vorresti essere si scontra ineluttabilmente con quel che sei e no, non sei “una di quelle donne audaci che scappano in Africa con un borsone ben sistemato e un casco coloniale”, sei una che ha preoccupazioni pratiche, concrete, immediate e lo sarai sempre, e nessuna audacia.

Vorrei essere una di quelle donne audaci
che scalano il Cervino
e guidano una Maserati
e corrono scalze per il Bois de Boulogne
senza pensare sempre:
«Pesterò un chiodo arrugginito
e dovrò fare l’antitetanica».

Parla di te anche quando ti riprometti che da lunedì dirai addio alle ciambelle e ti nutrirai solo di carote, ma martedì l’amica ti porta un muffin e che fai, rifiuti? E mercoledì non puoi andare a correre perché ti fa male la schiena e in un attimo è domenica e ti sei dimenticata pure come si scrive “carote”. E ancora, parla di te quando paragona l’assorta meditazione dello scrittore, tuo marito, mentre sprofonda nella concentrazione necessaria al concepimento della grande opera, avvolto dal velluto e dal silenzio, a te che scrivi “in camera da letto, col bucato in disordine, una culla e un bambino che strilla”. Parla di te ovunque, di te e di tutte le altre.

Io sono stata in lavanderia, ho preso il dessert
e ho anche gonfiato le gomme all’auto
prima di sedermi alla mia Royal di seconda mano.
(Lui ha appena preso un’Olivetti nuova).
Miss Amy Lowell trovava Patterns imbrattata
dagli schizzi di spaghetti al pomodoro?
Phyllis McGinley soffoca le sue rime
se il giardino implora una rinfrescatina?

E dopo questa carrellata di femminismo plurideclinato, tangibile, reale perché privo di ideologismi e proprio per questo politico nel senso più alto del termine, tu, lettrice curiosa, vai a leggere la nota biografica della quarta di copertina e noti che chi l’ha scritta ha sentito l’esigenza di specificare che Judith Viorst è “concittadina e quasi coetanea di Philip Roth” e ti sembra se non proprio volgare almeno fuori luogo, e ti chiedi perché, che bisogno c’era di infilare nella sua vita uno scrittore con cui non ha avuto alcun rapporto? Forse è bastata quella rapida menzione – anche qui: ironica – in uno dei suoi compimenti? Forse il nome di Philip Roth accanto al suo conferisce autorevolezza ai suoi scritti? Forse il redattore è stato sovvenzionato dalla Pro Loco di Newark, New Jersey, città in cui l’aria che si respira è evidentemente un’aria che invita alla scrittura feconda e all’imperitura gloria letteraria? E vorresti avere l’audacia di invocare il Movimento per la Liberazione delle donne e dare battaglia al patriarcato che si insinua ovunque, pure tra le righe di una quarta di copertina, ma poi – scusate un attimo – senti chiamare “mamma” dall’altra stanza.

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