Letteratura e altre arti

Exfanzia, Valerio Magrelli

Disse un giorno una mia professoressa di Lettere al liceo che una poesia contiene sempre, in sé, qualcosa che non ti aspetti: un certo aggettivo che non avresti mai immaginato vicino a un certo nome o un’immagine totalmente fuori del comune. Davanti allo stupore del lettore, la poesia comincia allora a significare.

Quando si leggono i versi dell’ultima raccolta di Valerio Magrelli, Exfanzia (Einaudi) molto si trova di sorprendente. A cominciare dal titolo, un’invenzione etimologica dell’autore che riprende, rovesciandola, la parola infanzia. Se l’infanzia è quel luogo che tutti abbiamo attraversato, percorrendolo con le ginocchia sbucciate, con le paure in agguato sotto al letto e negli armadi, mentre, inconsapevolmente, costruivamo traumi e ricordi per l’avvenire, l’exfanzia è, come suggerisce il prefisso, un’uscita, un venire fuori da, ma da che cosa? Dall’infanzia? Dall’età adulta? Dalla vita?

È possibile uscire vivi dalla vecchiaia? recita il titolo di uno dei componimenti. L’indagine sulla vecchiaia, sulla morte e, specularmente, sulla vita già vissuta, sulla famiglia, ma anche sull’attualità e sul futuro segna tutto il libro, rendendolo denso di temi e riflessioni travestite spesso da giochi di spirito e brillanti invettive. È un rovesciamento lirico praticato con grande perizia: Valerio Magrelli ci ha infatti abituati alla sua intelligenza funambolica, a una sapientissima ironia capace di capovolgere, con due versi, il senso di un intero componimento, di aprirlo a una nuova interpretazione, a nuove possibilità.

Poi sbuca fuori una foto
di me che sto con Alfio.
Proprio così, c’è scritto.
Ma Alfio chi?
Neanche troppo vecchia,
circa vent’anni fa,
e io che abbraccio questo sconosciuto.
Forse lo sconosciuto sono io,
altro che Alfio.

Non è solo la sua inconfondibile ironia che tiene insieme la grande varietà di temi presenti nella raccolta, ma è soprattutto Valerio, l’uomo che vive le molte naturali dimensioni del suo essere umano: il padre che si imbatte nostalgicamente nelle vecchie foto dei figli (La foto di mia figlia piccolina, / col giaccone da sci, /mi guarda e sembra dirmi: / «Che cosa devo fare?»); il marito che lava il bite dentale insieme alla moglie (Laviamo i nostri bite nell’acqua calda. / Per gioco li chiamiamo le «mordacchie»); l’anziano che si lamenta e che rivendica il diritto di lamentarsi (Mi dico: ma che hai da lamentarti, / con una vita bella come la tua? / È vero, ma non posso farci niente); la persona comune che ha vissuto l’angoscia della pandemia (Il nemico gli si è annidato dentro, / si è insediato nel suo stesso respiro / e spara contro te attraverso lui: / l’elmetto è diventato mascherina); l’uomo di mezza età che fa zapping tra una serie e l’altra per poi infilarle in un poemetto. Sarebbe un peccato non citare, per esempio, i versi dedicati a Games of Thrones, un piccolo capolavoro di normalità, profondità d’indagine e ironia. Come lo è, del resto, l’intera raccolta.

Io non sopporto i draghi
né capisco la sete di potere.

Altra, per me, è la sete,
altri sono i miei draghi.

Questo spiega perché
cambio canale.

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