
Ph. Danielle Suijkerbuijk via Unsplash
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Uno
Un pomeriggio, tornando a casa, tenevo in braccio mio figlio di due anni e mezzo. C’era un vento leggero, fresco, primaverile e io avrei voluto pensare che bello, un po’ d’aria, ma riuscivo a pensare solo speriamo che non gli venga la bronchite. Stavamo guancia a guancia, quando a un certo punto lui si è scostato un po’, ha indicato il cielo e ha detto: “Mamma, guarda, il vento sta cantando una canzone.”
Due
Ai miei figli piace stare in giardino. Lo chiamiamo “giardino” ma è un disordine di piante e detriti e d’estate una foresta di zanzare. Quando rientriamo da fuori mi chiedono di potersi fermare a giocare, che per loro significa guardare i fiori o cercare qualche insetto nascosto. Quel giorno avevano catturato la loro attenzione tre farfalle bianche. Mio figlio mi ha chiesto il telefono per fotografarle, ma loro non volevano saperne di mettersi in posa. Dopo averle rincorse inutilmente, ha messo il broncio, esclamando “Ma io voglio per restare!”. A me è sembrato che dentro quella frase sgrammaticata ci fosse tutto il desiderio, tutta la sconfitta del non poter trattenere ciò che amiamo.
Tre
A casa mia c’è una stanza a metà tra uno studio e un ripostiglio. È una stanza con poca luce e solitamente la usa mio marito, che preferisce lavorare quasi al buio. Un giorno il bambino è passato davanti alla porta socchiusa. Lo studio era illuminato solo dalla debole luce blu del monitor e nel silenzio, in sottofondo, si sentiva il ronzio del computer acceso. “Mamma”, ha detto allora mio figlio, “nello studio c’è un rumore azzurro.”
Quattro
In una puntata di Belve, Francesca Fagnani intervista Floriana Secondi. Le racconta che una volta ha portato suo figlio da un prete esorcista perché diceva cose strane. Per esempio che da piccolo era un angelo e la guardava piangere. O che l’erba sono i capelli del mondo. Io l’ho guardata due volte, questa parte dell’intervista. Poi ho pensato che era vero, l’erba sono i capelli del mondo.
Cinque
A volte qualcuno mi dice che non legge le poesie perché non le capisce. A volte anche io non capisco certe poesie. Altre, invece, mi sembrano chiarissime perché la loro voce risuona in me. Il punto, io credo, non è capire o non capire le poesie. Il punto è capire quando permettiamo alla poesia di uscire da noi, giacché la poesia nasce con noi, in noi – cosa che i bambini sanno benissimo. Il punto è anche capire perché smettiamo di assecondarla in noi, cosa ci spaventa, quale bugia prende il sopravvento. Poiché, io penso, se non smettiamo di praticarla, la poesia si può trovare ovunque si posi lo sguardo.