Bussola

Lettera all’anno che finisce

Caro Duemilaventitré,
oggi voglio tornare bambina, quando ogni 31 dicembre, seduta al tavolo in cucina, scrivevo un biglietto o una lettera all’anno che andava via. Generalmente in lacrime, perché i saluti non mi sono piaciuti mai, nemmeno da piccola, nemmeno a cose astratte come te. Credo fosse un modo acerbo di tirare le somme o, ancor più, una forma immatura di affetto che dirigevo alla cieca verso ogni cosa, nella speranza, forse, che mi tornasse indietro.

Oggi ti scrivo apertamente con la stessa intenzione, con la stessa speranza. Ti scrivo e scrivo a me.
Sei stato un anno pieno e a suo modo generoso. Sei stato l’anno in cui sono rientrata al lavoro giusto in tempo per cambiarlo. L’anno in cui ho conosciuto Kathrine, la ragazza austriaca in Erasmus alla quale ho dato lezioni di italiano nelle mie ore senza classi. Porto con me quel tempo trascorso tra nomi di vestiti e frutti, mezzo in italiano e mezzo in inglese, alla ricerca di una lingua franca per poterci spiegare. Porto con me l’ultimo giorno insieme. In verità, gli ultimi giorni, tutti, li porto con me: l’ultimo giorno degli esami di riparazione alla fine di agosto, mentre Desirée sosteneva la sua prova di matematica e io sapevo che non l’avrei più rivista; l’ultimo giorno insieme ai colleghi che avrei lasciato, Christian, Marika, Francesco che davanti ai miei dubbi ormai inutili mi diceva “Potrai sempre tornare”; l’ultimo giorno alla stazione, in attesa del treno per l’ultima volta. Anche quell’altra vita l’ho salutata piangendo, sebbene fossi stata io a cercarne una nuova.

Bisogna avere la forza di somigliare quanto più possibile a ciò che siamo e questo a volte vuol dire abbandonare la strada conosciuta. Per me quella strada aveva contorni sicuri, sembrava quella giusta – in fondo l’avevo scelta – ma qualcosa ogni giorno mi urlava dentro, l’angoscia mi teneva sveglia, un risentimento indefinito mi tormentava e trovavo tutto faticoso e insopportabile. Come quando indossi delle scarpe strette e continui a camminarci pensando che prima o poi si adatteranno ai tuoi piedi, ti abituerai, smetteranno di fare male. Non è stato così. Questo è stato l’anno in cui ho capito che mettersi a fuoco, ripensarsi, può essere pure doloroso, perché devi smettere di essere quello che sei stata per cercare di diventare quello che sei e non è mai semplice costruirsi una nuova identità, soprattutto quando i tuoi desideri sono controcorrente, diversi da quelli dei più. Ma che piacere sfilarsi finalmente quelle scarpe e indossarne di comode.

Questo è stato anche l’anno in cui, certi giorni, mi è sembrato che le cose magicamente si ricomponessero. Come quei video che mostrano un oggetto che va in mille pezzi, ma al contrario: i mille pezzi che ritornano oggetto, cocci che si ricompongono in vaso, cristalli che riformano il bicchiere, acqua versata che si ritira nella bottiglia. So bene che, come in quei video, non c’è niente di magico, che c’è dietro un trucco. Il mio trucco è stata la resa, il desiderio di smettere una guerra, l’appello all’amore che c’era. Ora il vaso ha lunghi corsi dorati che segnano la geografia dei cocci, riluce come un oggetto prezioso scampato a una catastrofe.

Sei tu, sei stato l’anno in cui ho visto mio figlio muovere i primi passi e poi correre da una stanza all’altra prendendo in pieno ogni spigolo. Ho visto mia figlia imparare a scrivere le vocali, le consonanti e poi, in corsivo, le prime frasi; l’ho vista seduta in un angolo della libreria intenta a leggere un libro. Sei l’anno in cui, dopo ogni giornata fuori, non vedevo l’ora di tornare a casa, nella mia casa, tra le braccia della mia casa. Sei l’anno che ho attraversato pregando in punta di piedi, sperando di arrivare alla fine senza perdere nessuno, augurandomi quello che si augurano i vecchi o chi ha imparato che poche cose contano davvero e una è veramente la salute e l’altra la serenità. Sei l’anno in cui ho imparato che a volte i miei mostri sono solo miei e sono solo mostri: creature ingombranti e spaventose, ma inesistenti. Sei l’anno in cui ho capito che posso convincermi di essere felice ed esserlo davvero.

Ricordo una lettera sola, tra quelle che ho scritto da bambina: millenovecentonovantatré, una scrittura lunga e stretta che termina la pagina ringraziando. Il foglio, qua e là, ha qualche gocciolone lacrimoso, i bordi sono ormai ingialliti. Quando la guardo penso “che tenerezza”, ma anche “com’eri patetica già allora”. Serve però una qualche forma di indulgenza per volersi del bene, una generosa sospensione di giudizio e, quando è necessario, mettere a tacere anche le voci nella propria testa. Dirsi di sì, dirsi che va bene lo stesso: la vita come l’avevamo immaginata e la vita com’è. E sempre, anche stavolta, prima di uscire da una stanza, ringraziare.

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