Letteratura e altre arti

Il sogno di Castelporziano

Allen Ginsberg e Peter Orlovsky. Foto di A. Andermann, 1979.

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Chi non c’è stato non potrà sapere.

Franco Cordelli

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Il mare è un vino celeste, dorato quando il sole tramonta, ubriaca i corpi, li rinfresca. Si immergono e rifluiscono sulla sabbia come onde vive dotate di una volontà diretta ad affermare la propria presenza, il proprio bisogno di partecipazione. Davanti a loro un palco di quaranta metri per dieci e nelle vicinanze un edificio di due piani in disuso, l’Enalc, ex scuola alberghiera in stile anni Cinquanta. È il 28 giugno del 1979. Sulla spiaggia comunale di Castelporziano, cancello numero nove, tutto è pronto – o vorrebbe esserlo – per la prima delle tre serate dedicate al Festival dei poeti. A organizzarlo sono stati Simone Carella, Ulisse Benedetti e Franco Cordelli, col patrocinio dell’allora assessore alla cultura di Roma, Renato Nicolini. È questo il teatro in cui si svolgerà uno spettacolo alto e grottesco, in cui si annullerà, talvolta prepotentemente, il confine tra pubblico e attori.

L’evento è una voce che spicca nel cartellone dell’estate romana di quell’anno. I soldi a disposizione sono pochi, le ambizioni inversamente proporzionali: sono stati invitati numerosi poeti italiani (Dario Bellezza, Ignazio Buttitta, Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Giorgio Manacorda, Dacia Maraini, Nico Orengo, Fernanda Pivano, Antonio Porta, Amelia Rosselli, Marialuisa Spaziani, Sebastiano Vassalli, Cesare Viviani, Valentino Zeichen); certi noti stranieri come Denis Roche e Evgenji Evtušenko; e soprattutto i poeti beat americani: Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, William Burroughs e, in qualità di poetessa, anche Patti Smith, che declinerà l’invito perché in tour. L’equivoco sarà imperdonabile: un numero imprecisato ma consistente di spettatori è venuto per lei.

L’assenza della sacerdotessa del rock non è, però, l’unica ragione di dissenso. Sarà il fuoco della partecipazione civile che arde in quegli anni o, al contrario, sarà il bisogno di leggerezza, il desiderio di essere piuma e non piombo, di svagare la testa col vino e l’amore e non con le letture poetiche o, ancora, sarà che la poesia è un nervo scoperto, un nodo irrisolto, un’occasione di rivendicazione personale ancora prima che ascolto diligente dell’altro – fatto sta che quelle migliaia di persone che si sono radunate sulla spiaggia non hanno nessuna intenzione di fare il pubblico, vogliono schierarsi, impadronirsi del microfono, declamare la propria presenza. Dappertutto si avverte un brusio di fondo, una contestazione continua di voci che si accavallano, si sovrappongono, si annientano l’una con l’altra.

La prima serata, il cui presentatore d’eccezione è l’attore e poeta Victor Cavallo, si apre, così, in un clima di febbrile opposizione. I primi poeti si avvicendano sul palco davanti a un pubblico scettico, quando non ostile. E sul palco c’è Dario Bellezza, che al termine della sua contestata lettura, si scaglia contro il pubblico dandogli del fascista: “Non amate la poesia. Siete delle persone volgarissime e immonde”, scatenando nuova ira. Bellezza chiede allora cosa dovrebbe fare un poeta e la risposta arriva chiara e a gran voce: “Nudo, nudo”. “Allora facciamo così: un ragazzo che si ritiene bello viene qui e si mette nudo lui”. Immediatamente sul palco sbuca fuori un giovane in asciugamano, lo lascia cadere e comincia a ballare.

Sul palco c’è Milo De Angelis, che legge pochi brevissimi versi e poi scompare. A quel punto si materializza una ragazza, costume e maglietta, i capelli mezzi bagnati, afferra il microfono, rivendicando il proprio diritto alla parola, e lo fa in un italiano stentato, intercalando un “cioè” a ogni frase: “Mi piace molto questo palco… cioè, se ci sta qualcuno che accetta o non accetta, se ci sta qualcuno che dice basta, non basta… cioè, ho il mio modo di comunicazione”. Non ne vuole sapere di abbandonare il palco, resta anche quando Amelia Rosselli legge le sue due poesie, le chiede come si faccia, “Come si fa a sentì ccosì, cioè, comme si fa?”.

Sul palco c’è Maria Luisa Spaziani, in un vestito celeste, un’aria ricomposta e per un attimo sospesa. Sul palco c’è Valentino Zeichen, legge le sue poesie che Franco Cordelli definisce come “un gioco bellico, una guerra tra marche datate, i phantom degli anni Ottanta e gli zero giapponesi degli anni Quaranta”. Sul palco c’è Giuseppe Conte, con una traduzione da Lawrence. Funny lo definirà Ginsberg, che sta seduto lì accanto con le gambe incrociate.

Sul palco c’è Cesare Viviani, profilo affilato e barbetta a punta, legge e poi si scontra anche lui con una qualche voce dal pubblico: “È un’altra lingua? Anche la tua è un’altra lingua. Tu appartieni al mondo e io no; tu vivi e io no; tu sei bravo e io no; tu sei bello e io no; io sono scemo e tu no. Siete forti, molto forti, tutti. Noi siamo deboli, io sono debole, voi siete molto forti”. Lo segue un altro, un ragazzo venuto dal nulla, non è un poeta, lo dichiara: io non sono un poeta ma voglio dire comunque delle cose. E poi viene il turno di Dacia Maraini, un nome già noto, allineato, la contestazione è immediata tanto che abbandona il palco dopo appena il primo verso: “Avete ragione, non serve a nulla la poesia, rinuncio”.

Nell’aria, poi, aleggia la sensazione di un’organizzazione porosa, l’impressione di aver demandato pure la pratica sostanza – cosa bere, cosa mangiare, dove dormire – alla poesia, che come una manna messianica avrebbe fatto il resto: riempito, sfamato, dissetato. Invece prepareranno un minestrone, la cosa più economica da cucinare per un così grande numero di persone, lo cuoceranno sulla legna, in spiaggia. Al momento di servirlo un ragazzo salirà sul palco, recitando Nietzsche: “Oh, come sono stanco dei poeti! Il minestrone è pronto”.

Il pubblico, diranno, non voleva fare il pubblico. I poeti non volevano fare i poeti. Ma tutti avranno avuto il desiderio di far sentire la propria voce, tutti: contemporaneamente, alternativamente, tutti avranno annullato la propria voce in quelle altrui, finché non sarebbe rimasto solo un rumore indistinto, sordo, cancellando il mare e ogni intenzione.

Naufragata irrimediabilmente la separazione dei ruoli, gli organizzatori decideranno di modificare i piani per le serate seguenti. Per tutta la giornata il palco e i microfoni sarebbero stati di tutti, la sera, poi, i poeti in programma avrebbero avuto l’esclusiva. L’idea in parte funziona, in parte no. Le serate procedono in un clima di festa rivoltosa, di allucinazione, di protesta e continua mediazione, di rinuncia, di stupore, esasperazione.

L’ultima sera tocca ai navigati: Ginsberg e Orlovsky occupano il centro del palco, si siedono a semicerchio e gli altri intorno, intonano un mantra e forse per la prima volta si alza un silenzio dal pubblico. Quello degli americani è un blues, è una preghiera, e anche se per poco, la magia funziona. Quando è il turno di LeRoi Jones, il “predicatore della violenza rivoluzionaria”, si rompe l’incanto: “Mi sono alzato per dire: la libertà non è il caos. Mi hanno contestato”. E in un attimo il rivoluzionario diventa reazionario. S’insinua il dubbio che la poesia, più che viva, scattante, porti addosso i segni della vecchiaia, dell’anacronismo e, dopotutto, di un certo malcelato narcisismo. Perfino Burroughs, l’autore di Pasto nudo, si presenta con un inaspettato vestito neutro, color sabbia, camminando a lenti passi fra i suoi compagni dai colori sgargianti e dalle camicie texane.

A distanza di più di quarant’anni viene ancora da chiedersi cosa sia stato e cosa resti di Castelporziano, di un Festival in cui la poesia ha avuto un corpo, ora nudo ora travestito, un corpo americano o ciociaro, un corpo certo non da santificare, un corpo da consumare, da gettare in pasto ai cani, un corpo da farci l’amore sulla spiaggia. E infatti il Festival era dei poeti, non della poesia, l’intento era dichiarato: portare quelle voci fuori dalle loro stanze. Era tutto un sottintendere: “Vedete? Quei versi che leggete sui libri vengono da qui, sono queste le mani, è questa la faccia, vengono da questi corpi e questi corpi esistono nel mondo, li potete toccare”. Chi si aspettava la poesia era rimasto deluso, chi non sapeva cos’è la poesia sicuramente non era lì per impararlo e, del resto, come nota Cordelli nel suo Proprietà perduta, chi voleva davvero la poesia perché non se l’era cercata prima a casa sua? Eppure, quanta energia aveva animato quella spiaggia, quale desiderio grande di essere, di esserci, quanta potenza.

Alla fine delle serate, esaurita ogni forza residua del pubblico, degli organizzatori, dei poeti e delle poetesse, nel dolce stordimento della lunga allucinazione durata tre giorni, nell’eco ancora vaporosa delle parole, come giusta conclusione di un evento controverso, di una stagione di furiosa e appassionata sperimentazione condivisione esasperazione, il palco, scheletro metallico ormai inutile, crolla.


Fonti e approfondimenti:
– F. Cordelli, Proprietà perduta, L’Orma editore, 2016.
– F. Cordelli, Il poeta postumo, Le lettere, 2009.
– A. Andermann, Castelporziano, Ostia dei poeti, 1980.

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