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Cinque cose che ho imparato a scuola (da insegnante)

  1. Da bambina avevo paura delle api. Mio nonno, per infondermi coraggio, mi diceva che non c’era da avere paura perché ero più grande di loro e forse erano loro, piuttosto, ad avere paura di me. Allora mi mettevo nei panni di quegli esserini gialli e neri, mi vedevo gigantessa e sentivo il loro terrore. Questo ricordo mi ha accompagnato ogni volta che sono entrata in una nuova classe: forse, mi dicevo, anche loro hanno paura di me. A me dispiaceva questa paura, perciò mi impegnavo, per prima cosa, a dissolverla. Mi mostravo umana, non troppo diversa da loro, e mentre li vedevo diventare meno tesi, meno diffidenti, mi scoprivo meno tesa e diffidente anch’io. In una classe la paura non serve a nessuno, è solo un modo per tenersi lontani, impedisce la fiducia e senza fiducia non cresce niente. Questa è la prima cosa che ho imparato in questi anni: l’importanza di dissolvere la paura.

  2. Quando ho salutato la mia prima classe, quando l’ho salutata per sempre, ho raccomandato loro di tenere sempre il cuore pulito. Prof, mi hanno chiesto, ma in che senso? Un cuore pulito è un cuore onesto. Non è un cuore che si nasconde, non è un cuore che non sbaglia, sbaglia, anche, ma con le sue ragioni. Un cuore pulito è un cuore aperto, non si chiude agli imprevisti o alle novità. È un cuore che accoglie, che protegge, ma è anche un cuore che si butta a capofitto nelle cose che ama. Non sapevo però che quella raccomandazione la stavo rivolgendo anche a me. Che fuori dall’aula, spesso, avrei dimenticato quell’ammonimento, ma dentro avrei dovuto tenerlo a mente per forza. Perché forse non sanno spiegare cosa sia un cuore pulito, ma certo lo sanno riconoscere. Sono dei segugi, fiutano tutto di te, hanno il naturale talento di smascherarti se fingi, se sei insicura, se dubiti, se menti, se cerchi di impersonare qualcuno che non sei. Questa è la seconda cosa che ho imparato in questi anni: con loro, con loro soprattutto, tenere sempre un cuore pulito.

  3. All’onestà, allora, risponderanno con l’onestà. Alla fiducia, con la fiducia. Se li rispetterai, nelle loro fragilità, nelle loro paure, nelle loro insicurezze, nelle loro passioni e distrazioni, ti rispetteranno. Alzare la voce, pretendere con l’aggressività la docilità non servirà a niente. Capiterà, ma non servirà a niente. A nessuno di noi piace essere trattato con superiorità o supponenza, ma tutti desideriamo dagli altri il rispetto e l’ascolto, tutti desideriamo, negli altri, sentirci accolti per quello che siamo. Questa è la terza cosa che ho imparato: trattarli come vorrei essere trattata, dare loro ciò che vorrei ricevere. Non sempre succederà e non subito succederà, ma col tempo, con la tenacia, se imparerai ad ascoltarli impareranno ad ascoltarti.

  4. All’inizio commettevo questo errore: davo tutto per scontato. Non mi ponevo nemmeno il dubbio. Davanti a un testo qualunque davo per scontato che lo comprendessero, davanti a una consegna davo per scontato che fosse chiara, davanti a una parola come “pretesto” o “attempato” davo per scontato che ne conoscessero il significato, davanti a un’indicazione per me banale come “usa l’imperfetto invece del passato remoto” davo per scontato che sapessero cos’è l’imperfetto e cosa il passato remoto. Invece non è così. A volte ci sono dei buchi così larghi nelle loro conoscenze che ci passerebbe dentro un elefante. Questa è la quarta cosa che ho imparato a scuola: non dare mai niente per scontato, ma ogni volta ricominciare da capo, spiegare tutto e soprattutto non arrabbiarsi per quei buchi, ma piuttosto provvedere a colmarli con pazienza e, se è possibile, con amore.

  5. Quando nella mia terribile II C ho introdotto il testo poetico, ancor prima di spiegare cosa fosse, ho chiesto loro di scrivere una poesia, senza rime, senza figure retoriche, senza niente, prendete solo una cosa che avete dentro e scrivetela in versi. Nessuno di loro ne aveva mai scritta una e nessuno di loro accolse il compito con gioia o con un senso di sfida, ma tutti sbuffarono e si lamentarono perché era troppo difficile, noioso e inutile dal momento le poesie non servono a niente. Si opposero tutti, ma soprattutto Desirée che riteneva le poesie semplicemente brutte e per lo più incomprensibili. Non credo di aver mai conosciuto una persona più ostile di lei verso la poesia, difendeva il suo diritto a odiarla con grande trasporto e convinzione. Dopo un quarto d’ora di opera di persuasione ed esortazioni a provarci comunque, si decisero a scrivere. Ricordo, tra tutte, la poesia di Graziana. Era una poesia molto bella, parlava d’amore e l’aveva scritta di getto (ma controvoglia). Le chiesi di poterla tenere. Era il 2021, di lì a poco saremmo tornati a distanza, avremmo continuato online il discorso sulla poesia per i mesi successivi, avremmo letto le poesie in videochiamata, le parole di Pierluigi Cappello, Edgar Lee Masters, Emily Dickinson sarebbero diventate le parole che raccontavo col dubbio perenne che dall’altra parte stessero dormendo o scrivendo al cellulare. Alla fine dell’anno – un anno che solo generosamente potrei definire accidentato – siamo tornati in presenza. Durante uno degli ultimi giorni, mentre tiravamo le somme, Desirée mi confidò che ero stata l’unica a farle amare la poesia. Usò proprio il verbo amare, che mi colpì in faccia come una folata di vento. Poche settimane fa, tornata nella mia vecchia classe per salutare i ragazzi, Graziana mi ha preso sottobraccio come una vecchia amica (nelle sue parole: mia sorella), dicendomi “mi ricordo ancora quando due anni fa ci ha fatto scrivere la poesia e si è tenuta la mia”. Questa è un’altra cosa che ho imparato con loro, forse la più importante: semina, semina ciecamente anche quando ti sembra di seminare sui rovi, semina soprattutto quando credi di seminare sui rovi, perché non sai mai dove o dopo quanto fiorirà quel seme, ma abbi fiducia, fiorirà.


    (Si è concluso un altro anno scolastico, un anno per me strano perché non l’ho vissuto, sono rientrata solo a maggio, dopo la maternità. Giusto in tempo per vedere cosa stavo lasciando, chi stavo lasciando. Da settembre sarò in un’altra scuola, in un altro ruolo, e sebbene lo abbia desiderato fortemente, ho paura. Ma tengo a mente quello che ho imparato in questi anni, le sfide che ho perso e i frutti che ho raccolto. Ci sono cose che non mi mancheranno, cose che saluterò col cuore leggero, senza rimpianti. Ma loro, il tempo con loro, le giornate in cui ci concedevamo di essere noi stessi, senza ruoli e registri, quello sì che mi mancherà. Loro sì, mi mancheranno.)

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