Letteratura e altre arti

Il dito e la luna

Leggo da giorni post e articoli in strenua difesa di Giovanni Verga e delle sue opere. La ragione di questo levarsi di voci ha origine in un’intervista rilasciata da Susanna Tamaro al Salone del Libro. Un intervento di cui ho trovato solo poche frasi, estrapolate qui e manipolate lì, il cui senso, se non capisco male, dovrebbe essere: non riusciremo a fare appassionare i giovani alla lettura se la scuola continua a propinargli autori lontani, che li annoiano e che a loro, per loro, non dicono niente. Come Verga, Verga è il capro espiatorio.

Ora, le parole di Susanna Tamaro e tutto il polverone che hanno sollevato a me sembrano il classico esempio dello stolto che guarda il dito invece della luna. Sottolineare l’importanza di Verga, nel panorama letterario italiano ed europeo e nella nostra identità culturale, mi pare un modo scontato e goffo di liquidare una questione ben più stringente e necessaria, ovvero l’attualità del canone per le nuove generazioni. Quasi tutti gli articoli che ho letto, poi, quelli che difendono I Malavoglia e Rosso Malpelo, sono stati scritti da autori e autrici, anche autorevoli, che non frequentano quotidianamente le aule scolastiche e che dunque possono avere una visione solo marginale della questione.

Ma quindi sto sostenendo che abbia ragione Susanna Tamaro? Che sarebbe meglio leggere autori più contemporanei e relegare nell’oblio Padron ‘Ntoni e Renzo e Lucia? Sì e no. Sebbene da anni si ripeta che “il programma” a scuola non esiste più, di fatto è quello che continuiamo a seguire: il programma, lo svolgimento cronologico delle opere sulla linea del tempo, la parabola che va da san Francesco a, se ti va bene e sei riuscito a fare tutto nei tempi, Montale. La conseguenza di questo modo comodo e sicuro di fare letteratura a scuola è che per i ragazzi e le ragazze la poesia è una cosa astrusa che non si capisce, scritta da qualcuno sempre triste che non si sapeva godere la vita, mentre i romanzi sono quella cosa sintetizzata in poche righe del libro di testo che sicuramente giacciono pieni di polvere in qualche biblioteca dimenticata. Il primo Novecento, poi, segna le colonne d’Ercole. Dopo Ungaretti, dopo Montale, dopo Calvino (che in genere, se hai corso funambolescamente sulla corda, liquidi a giugno con due parole sulla trilogia degli antenati) c’è il nulla. Anzi, non il nulla, c’è un buco, un buco incomprensibile, un tunnel alla fine del quale, come per magia, spuntano sugli scaffali delle librerie i manga e i fantasy, talvolta scritti da donne, celebri animali mitologici dei quali, in otto secoli di letteratura, non si è mai sentito parlare.

È normale che io dedichi un mese ad Alfieri o a Parini e non arrivi nemmeno a menzionare Elsa Morante, Vittorio Sereni, Alessandro Baricco? Cosa potrebbe parlare di più a questi giovani reclusi nelle aule scolastiche, la molle scansione di una giornata del giovin signore o Castelli di rabbia? Certo, tutto va contestualizzato e, una volta contestualizzato, analizzato e compreso. Certo, ci piaccia o no, Manzoni, Pascoli, D’Annunzio scorrono nelle nostre vene letterarie. E certo, c’è una buona probabilità che se questi autori non vengono studiati a scuola non verranno mai letti nella vita. La scuola italiana funziona così: se a scuola non hai fatto bene gli autori del canone, a scuola non hai fatto niente. Se poi vai in libreria e non sai chi sono i nomi scritti sui dorsi di quei volumi eleganti e colorati, fatti tuoi. Se non sai che cos’è il Premio Strega o il Premio Campiello, mancanza tua.

Del resto, affrontare gli uni e gli altri, i vecchi e nuovi, sarebbe impossibile. A stento il tempo basta per i nomi consueti. Che fare, quindi? Opzione uno: procedere non cronologicamente ma tematicamente. Partire da un autore, un’autrice contemporanei e risalire la corrente, scavare, raggiungere l’origine. Opzione due: fare meno per fare di più. E qui lo sento, il coro dei colleghi e delle colleghe, l’indignazione collettiva: “Dovrei sorvolare sugli Inni sacri per parlare di Francesco Piccolo?”. Sì, dovresti. Magari potresti partire dal tema della felicità, proprio da Momenti di trascurabile felicità, e arrivare a Leopardi, e risalire il corso fino a Petrarca e a Dante, magari. Potresti, sì, dovresti. Opzione tre: partire dal dettaglio, da una cosa piccola che questi scapestrati potrebbero avere in comune con un autore così lontano da loro che non sapeva nemmeno cosa fosse un telecomando. Per esempio, la paura. Perché questi ragazzi, queste ragazze, non so se ve ne siete accorti, hanno paura di moltissime cose. Un giorno sono entrata in classe e ho detto loro: “Avete presente Manzoni? Il più grande romanziere della nostra letteratura, quello che ha rivoluzionato la nostra lingua, l’autore di uno dei libri più importanti al mondo? Aveva paura del canto degli uccelli”. E vi sento, vi sento, cari colleghi, care colleghe: “La letteratura non può risolversi nella mera aneddotica”. Avete ragione, non può, non deve. Ma a volte un aneddoto serve, serve come un traino, come un’esca, non tenete il vostro naso all’insù, sporcatevi un poco le mani.

Esistono molti modi per fare letteratura a scuola. E molti modi vanno sperimentati. È difficile? È impegnativo? Lo è. È una buona ragione per non sperimentare? No. È un’occasione. È pure il senso profondo di questo lavoro: la sfida. Un’occasione l’aveva fornita anche Susanna Tamaro, con le sue parole forse infelici ma provocatorie, un’occasione – l’ennesima – sprecata. Perché si è preferito guardare al dito piuttosto che alla luna. Si è preferito difendere Verga – avrebbe potuto menzionare qualsiasi altro autore – che non ha poi così bisogno di essere difeso, perché, Tamaro o no, continueremo a parlare dei Malavoglia e del verismo. Invece, dovevamo guardare ai ragazzi e alle ragazze che ogni giorno, con la loro noia cronica, con la loro cronica distrazione, ci chiedono di dire loro qualcosa che li faccia appassionare, commuovere, sentire vivi. Sono loro, la luna.

Un pensiero riguardo “Il dito e la luna

  1. HO letto con molto interesse e ho ripensato a quando IO andavo a scuola, a quando IO mi annoiavo a morte e per uscire dalla noia delle lezioni scolastiche, (caso più unico che raro, presumo) me ne tornavo a casa a leggermi un po’ quello che mi piaceva. E non erano dei manga: io cercavo Tolkien, Hugo, Afanas’ev… e un sacco di altra roba che arrivava per corrispondenza in casa di una mia zia che dopo sposata si era comprata una libreria… lei non leggeva, ma arredava la libreria con i libri, e io li leggevo. Se io sono quella che sono non è merito della scuola, ma di una zia acquisita che voleva farsi passare per intellettuale e non lo era. Leggevo perché leggere era come evadere dal carcere scolastico; una via di fuga. Al di là degli ottimi insegnanti che fanno del loro meglio per trasmettere valore ai ragazzi, c’è un meccanismo nel sistema scolastico che soffoca e ammazza, anziché educare e motivare. Io me lo ricordo bene, benissimo. La scuola l’ho vissuta come la peggiore punizione che si potesse infgliggere a un’adolescente… e non mi scorderò mai quell’esperienza, purtroppo. E oggi? Beh, oggi io parlo con gli adolescenti ogni tanto, e se si tocca l’argomento “scuola”, mi guardano come avrei guardato anch’io un adulto quando avevo la loro età: con malcelato risentimento e profonda tristezza. NOn è cambiato nulla, nel tempo. Quello che io ho appreso della vita, di ciò che rende l’esistenza degna, me lo sono creata da sola, nel tempo post scolastico e dopo aver scontato la pena dell’obbligo. E non mi va di dire che non è così, che non è vero, giusto per salvare il salvabile. Per me, oggi, di salvabile c’è solo la buona volontà di alcuni (pochi) che si sono mantenuti umani, nonostante l’ambiente in cui lavorano.

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