Bussola

A Roma ho camminato


Volevo solo piangere
sopra il Tevere.

Sentimentale, Aiello

*

Due settimane fa ero a Roma e a Roma ho camminato. Ho camminato a vuoto all’aeroporto di Fiumicino, perdendomi un paio di volte perché pensavo fosse tutto diverso e invece di diverso non c’era nulla. Arrivata a Termini ho camminato disorientata, stupendomi di come negli anni avessi cancellato quello che sapevo di questa città, la familiarità col suo essere fuori misura – troppo larga, intricata, ostile – e di come, passato tutto al setaccio del tempo, fosse rimasto solo un fondo d’incanto.

Ho camminato lungo via Cavour, percorrendola in discesa col sole del primo pomeriggio: una colata densa di luce su vecchie insegne e sanpietrini. Sono passata da Tiger per comprare un taccuino e una penna, fingendo fosse la tappa abituale di una che abitava in zona. Ho sostato all’incrocio con via de’ Serpenti, quasi incredula che esistesse ancora, perché lì una versione di me che a stento ricordo è stata felice spaventata e viva.

Ho camminato tra file di libri, espositori, facce, conosciute e nuove, amate, facce con sorrisi che dal vivo erano più luminosi, facce con bocche che non smettevano di parlare, facce con occhi grandi che per guardarli non bastavano i miei. Ho camminato con la testa piena di parole, di ricordi, in un corto circuito continuo. Ho cercato di non farmi travolgere, senza riuscirci. Ho abbracciato più volte delle persone a cui sono legata e mentre le abbracciavo mi chiedevo Mio Dio, da quanto tempo non provavo questa cosa?

E una mattina ho camminato spalle al Colosseo, sotto un cielo di piombo. Ho attraversato via dei Fori in un silenzio rotto solo dalle macchine spazzatrici dei netturbini. Mi sono avviata verso piazza Venezia, provando a ignorare il suo cantiere aperto da dieci anni. Certi lavori a Roma non finiscono mai, in verità non finisce niente, nemmeno io, perché a quel punto le mie gambe hanno cominciato a ricordare, di colpo, come dovevo agire, dove dovevo andare. Ho chiuso il navigatore sul telefono e ho messo la musica.

Ho camminato verso piazza Navona, dove campeggiava un enorme, orribile cartellone pubblicitario dell’ultimo film di un noto regista italiano. Le casette dei mercatini erano ancora coperte da robusti teli scuri; solo pochi espositori, pigramente, cominciavano a sistemare le luci e le decorazioni natalizie. Mi sono seduta su una panchina e mi sono guardata intorno, avevo voglia di piangere. La Fontana dei Quattro Fiumi, la Chiesa di Sant’Agnese, la giostra coi cavalli. Cosa vedevo? Cosa volevo vedere? Cosa stavo cercando? Nulla. Ero semplicemente dov’ero e questo dava pace al cuore. Poi mi è sembrato che il cavallo in cima alla giostra provasse a saltare oltre il campanile. Allora ho capito che non ho scampo: anche quando non me ne accorgo, cerco sempre qualcosa.

Ho ripreso a camminare – piazza di Tor Sanguigna, via Zanardelli – e camminando ho raggiunto ponte Umberto I. Guardavo il Tevere. Negli auricolari Aiello cantava Sentimentale. Ho imboccato le scale e sono scesa fino al fiume, non l’avevo mai fatto. L’ho costeggiato senza smettere di fissarlo, con le sue acque sporche, verde disperato. Ho rimesso la stessa canzone per tutto il tempo della strada, quattro, cinque volte. Ho camminato lentamente. Qualcosa mi incantava e mi incantava non capire cosa. Roma mi stava giocando il solito tiro: non importava più chi ero stata fino al giorno prima, dov’ero stata, con chi, a fare cosa. C’era solo lei, contava solo lei e contava chi ero in quel momento: una creatura senza anni, senza armi, senza peso, che guardava gli angeli di spalle per averne meno timore. E nelle gambe mi continuava il desiderio di camminare e riprendermi tutto.

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