
Georgi Kalaydzhiev via Unsplash
*
Allora, quando me ne andavo per il mondo, non portavo ancora sulle spalle certi pesi, la rassegnazione non sapevo cosa fosse e vivevo quel sentimento dell’attesa che riguarda la vita al suo inizio. C’era qualcosa in cui credevo molto, questo lo ricordo chiaramente, anche se non saprei dire cosa. Forse c’entrava col modo in cui si guarda la luce di una città, il volo degli uccelli e la faccia delle persone, e come ci si possa appropriare di tutto questo.
Sicuramente portavo dentro una qualche virtù che col tempo ho perso. Se provo a indagarla mi pare di poterla chiamare speranza o fiducia o purezza. Avevo una voce che usavo con libertà e timore, che mi sembrava sempre debole e invece mi sapeva tenere dritta e forte come uno scheletro possente. E i momenti di solitudine erano i più fruttuosi perché vagavo sconfinata con la mente ed ero sempre qualcosa che non sono stata mai più, una presenza nel bosco, una pietra di basalto, un lago ghiacciato, una parola gridata al mercato, e ovunque si posasse il mio sguardo mi ricompensava con una piccola preda, come una bestiola fedele.
Più tardi, ogni volta che ho provato a individuare il momento di rottura, l’ho trovato sempre in certi chiari eventi, alcuni dei quali apparentemente di nessuna importanza. Per esempio un giorno ero nella mia camera da letto in affitto, quando abitavo da sola in Emilia, e tenevo in mano un’agenda verde su cui avevo riportato una poesia di Dickinson. E ho pensato “non vale più la pena, non serve a niente”. Ed è stato come se l’amore mi fosse caduto dal petto e io finalmente avessi lasciato andare un grande peso al suo destino.
Una crepa più larga, più profonda, l’ha aperta la morte di chi mi aveva dato alla vita, di chi mi aveva insegnato il mondo, la cura, il conflitto e la dolcezza. Lo vedo quel momento: sono appena scesa dalla macchina e con passo incerto e febbrile mi faccio strada tra facce che non vedo in cerca di lei, del suo corpo ancora da spogliare e intanto, prima ancora di entrare nella stanza, nella mia testa già gonfia di disperazione, mi prende d’assalto la violenza dei verbi all’imperfetto, al passato prossimo. Da ora in poi, senza preavviso, mia madre non sarà più presente, il presente non potrà più parlare di lei e io, nemmeno io potrò più farlo.
E poi, certo, a volere allargare lo sguardo fino a comprendere il resto della storia, c’è tutta la mia infanzia sprofondata nel vuoto. C’è la bambina di me che vado a trovare una volta ogni tanto al cimitero, portando fiori di cui non conosco il nome (fatta eccezione per le gerbere). Il paese che richiamo alla memoria, sfilando lentamente davanti alle lapidi, ricordando lei, che vedevo sempre affacciata al balcone, e lei, dallo strano accento di un entroterra sconosciuto, e lei, morta in un incidente qualche giorno dopo avermi tagliato i capelli. Io mi ricordo di voi, continuo a dirmi. Il mio paese è in questi corridoi, freddi quando d’inverno il vento leviga col suo gelo il marmo, freschi d’estate. In questi corridoi è la mia infanzia, sigillata dietro questi ovali che il tempo dimentica insistentemente.
Ma ho avuto, mi ripeto, tirando più lunga la linea dell’operazione. Ho. Quando il mio bambino con la sua piccola voce mi chiede di fare mamma cane per accucciarsi nel mio collo. Quando due braccia sottili vengono a stringermi durante la notte e io per un attimo mi sveglio, per ricadere poi in quell’abbraccio. A che cosa serve, allora, tutto quello che ho perso? Quell’altra faccia di me che vedo ancora in qualche foto, più piena, con gli occhi tagliati in quell’altra luce? Quell’altra me che leggo quando mi rileggo, sorpresa, a volte, di quello che potevo fare, e altre volte vergognandomi per quello che credevo di poter fare; a che cosa servono quelle altre versioni di me che rimpiango, che guardo con stupore o nostalgia o incredulità?
Il punto non è solo chi eri, il punto è cosa sei. E non solo quello che sei diventata, ma quando, quando sei cambiata, quante volte, in quali circostanze. Se quelli che ti hanno conosciuta un giorno saprebbero chiamarti ancora con lo stesso nome. Se, nel toccarti, qualcosa nel tuo corpo ancora è viva, nella tua mente. Se hai ancora desideri che possano definirsi tali. Se c’è una radice, e qual è. Se conosci la strada che stai percorrendo e quella che hai percorso. Oppure, semplicemente, se sei in grado di ritrovarla. Se hai voglia, di ritrovarla. Se ti pare che oltre allo stretto necessario ti serva ancora qualcosa per proseguire. O se va bene così, se questo cieco silenzio ti appaga. Se l’elenco delle cose che hai è sufficiente, anche se in quell’elenco manchi tu.
Eppure non era di questo che volevo scrivere.
Volevo scrivere della luce sabbiosa. Quando sembra colare dalle colline arse e, molle, si riversa pacificamente sui muri di tufo che richiudono le vite della parte occidentale di quest’isola. E il vento gratta via il sale dalle porte di legno. L’aria del mare sale a grandi zaffate e si ferma sui vetri delle finestre che giorno dopo giorno diventano più opachi per la salsedine. E se fermi lo sguardo, se provi a guardare attraverso quella crosta chiara, non vedi altro che le foglie pennate delle palme, che ondeggiano per una musica che tu non puoi sentire, e senti. E dietro ogni porta, dietro ogni finestra, c’è una donna che soffre o che non ha più la forza di soffrire. Una donna che cucina, che scrive al cellulare, che rassetta, che mette in ordine mentalmente la sua vita, che si arrende solo un momento su una sedia, che non si riconosce più, che non sa più cosa vuole, che si chiede quando i vestiti nell’armadio abbiano smesso di essere suoi, che non si sente più né vista né guardata, nemmeno da sé stessa, perché l’unica cosa che riesce a vedere è solo una luce che la annebbia. E tira avanti – ma tira avanti cosa? – per un tacito accordo con la vita: finché c’è, non hai speranza, finché c’è, non hai che lei. La fermo qui, in questo istante, questa donna che è tutte le donne che ho conosciuto, tutte quelle che sono stata: affacciata al balcone, mentre il vento muove forsennatamente le ali di una girandola, e lei guarda lontano, oltre la strada, oltre i cavi della funivia, oltre le sterpi che costeggiano le curve della montagna, un punto lontanissimo nel cielo, bianco.