Ho chiesto alla bambina quale fosse stata la sua cosa preferita dell’estate. Anzi di fare una classifica, le prime tre. Al primo posto, mi ha detto, il mare con te. Eppure eravamo stati al grande parco con le montagne russe e le giostre e altre attrazioni che non aveva mai visto, col cuore sempre palpitante nel petto e quella paura buona dell’ignoto. Eppure aveva fatto giochi e gite coi nuovi compagni della colonia, era andata in spiaggia da sola con loro, come la bambina grande che non è ancora. Eppure era stata in un museo per la prima volta, avendolo desiderato tanto, fotografando quadri che non conosceva, tra i quali uno di Fontana, con quei buchi che si aprono verso l’altro mondo della tela. E aveva preso l’aereo, per la prima volta, con l’emozione accesa al momento del decollo, guardando dal finestrino il volo pacifico sopra le nuvole e sotto il mondo, pianure, colline, fiumi, case e città da cui ci separavamo andando. Ma la sua cosa preferita sono stati i giorni di mare insieme.
Allora anch’io ho ripensato a questa mia estate di cui un brusco temporale, nei giorni scorsi, ha preannunciato la fine. Ho pensato alla spiaggia ancora vuota quel primo giorno di giugno in cui siamo andati al mare, coi costumi e i teli tirati fuori all’ultimo momento e l’incertezza di come il più piccolo avrebbe valutato l’ampia distesa azzurra, chissà se mi avrebbe fatto fare le corse per riportarlo all’asciutto, se sarebbe riuscito a camminare sui ciottoli grossi della nostra spiaggia, se al momento di andare via si sarebbe messo a strillare, a strepitare scalciando, e altri “se” svaniti nel momento in cui abbiamo cominciato a nascondere polpi e pinguini di plastica sotto la sabbia per poi scavare allegri e ritrovarli. Ho ripensato a quella sera in cui abbiamo festeggiato, trafugando il nostro tempo al mio, brindando con un bicchiere di birra e una borraccia d’acqua con sopra il suo nome, facendo la spola tra il nostro tavolo e il bancone su cui campeggiava la scultura di un grande gallo che lui osservava nei dettagli, ogni volta riproducendone il verso. E a quella domenica mattina bellissima – se non è questa la mia cosa preferita di questa estate, sicuramente è quella che più a lungo ricorderò – in cui abbiamo comprato il salvagente a forma di papera che si è sgonfiato irreparabilmente due giorni dopo.
E certo nelle cose belle dell’estate metto quelle pause lunghe dopo il pranzo, quando ci rintanavamo nel lettone come ladri del tempo e io pensavo “è questa la felicità, sono i calci maldestri di questi piedi piccoli che ti mancheranno un giorno”. E sempre metto il mio spazio del mattino, del caffè in balcone e dei libri, quando il sole ancora non brucia e l’aria si fa respirare. E tutte le foto che ho nel cellulare, da riguardare nei giorni di pioggia e nei giorni grigi dentro, per ricordarmi che la felicità è fatta di piccoli momenti di consapevolezza e che si può costruire svuotando la mente dalla paura passata e soprattutto dalla paura futura. E poi metto le partite al biliardino, i tiri al minicanestro tutti insieme per vincere la pallina rimbalzina, il nascondino tra il soggiorno e le altre stanze e quella volta in cui sono stata dieci minuti a terra dietro il letto e nessuno mi ha trovata e io ho pensato “si saranno scordati che devono cercarmi” e quasi quasi ne approfittavo per fare un pisolino. E le volte in cui abbiamo fatto i compiti tutti insieme e alla mia destra aiutavo a contare le unità e le decine e alla mia sinistra coloravamo di giallo il più grande pulcino mai visto al mondo.
La mia cosa preferita di questa estate è stato luglio, il quaderno blu che tenevo sulle gambe, la penna cancellabile, le pagine che ho scritto e cancellato e scritto ancora. Quel primo capitolo non ancora finito, ma finalmente iniziato. Quella larga parentesi del tempo in cui c’ero ed ero viva. La storia dell’isola piccola, il mare ovunque. E quella grotta che abbiamo attraversato in auto, per andare a Mongiuffi a mangiare gli arancini, quella sera buona di paese, con la luce leggera sulle spalle. I braccialetti che abbiamo comprato in spiaggia, la cavigliera azzurra con le piccole conchiglie, perché mi piace questo rito, per ogni estate, un piccolo ammennicolo ricordo. Oppure quando, in preda all’euforia, abbiamo acquistato un salvagente enorme a forma di unicorno e da quel momento tutte le volte lo abbiamo portato in spiaggia, trascinandolo in acqua col suo cordoncino verde, dandogli il nome di Sogno e trattandolo come uno di famiglia, abbracciandolo, abbandonandolo per poco, contendendocene la presenza. E qualche film sul divano, la sera, con la luce della piantana e tanti cuscini intorno e i giocattoli riordinati la mattina e di nuovo sparsi dappertutto. Ma soprattutto, devo riconoscerlo anch’io, la mia cosa preferita dell’estate è stato il mare con lei, con loro. E questo sguardo così diverso, così uguale al suo.