Mio figlio piccolo non se ne fa mettere berretti in testa, di nessun tipo, in nessun modo. Appena provo a mettergliene uno, subito se lo caccia via con un colpo di mano veloce. Se dieci volte lo metto, undici lo tira via. Così scendiamo al mare quando il sole quasi se n’è andato. Appena arriviamo gli metto la protezione e gli bagno la testa. Lui ride e si indispettisce, si indispettisce e ride, perché è così, pure quando si arrabbia – e si arrabbia spesso – gli viene da ridere. Ombrellone non ne posso portare, perché con una mano tengo la bambina grande, in braccio il piccolo e addosso una borsa per i teli e l’altra per i giochi, e le braccia per l’ombrellone mi sono finite. E anzi la grande porta lei il suo zainetto con le sue cose, e quando poi siamo in spiaggia gioca con suo fratello, bada a lui come una bambina più grande di quello che è.
Il bambino ha paura dell’acqua. Mi cerca il mare pure da lontano e risponde con entusiasmo se gli propongo di andare, ma quando lo vede mi continua a ripetere no no, e quaqua, che vuole dire “prendimi l’acqua nel secchiello e siamo a posto così”. Io faccio due o tre viaggi a prendergli quell’acqua che lui rovescia in un momento sui ciottoli, con grandi risate. E quando mi sono seccata di fare i viaggi a mare gli dico che l’acqua è finita, allora lui guarda la vasca enorme e senza fine del mare con aria interrogativa, come a dire “ma che dici, e quella?” e a me viene da ridere e mi faccio un altro giro di secchiello. Poi faccio una cosa vigliacca, perché al mare, non dico sdraiata, ma vorrei almeno stare seduta, perciò gli dico “chiedilo a Titta”, e lui comincia a chiamare a gran voce sua sorella, che con cuore docile fa duecento viaggi a mare finché non ha prosciugato tutto lo Jonio, solo per vederlo contento.
Eppure il bambino ama il mare. E tutti gli animali che lo popolano. I pesci, soprattutto, ma anche i polpi e i granchi. E io, a casa, passo buona parte della mia vita a disegnare pesci, polpi e granchi. Quando il bambino corre per la stanza brandendo una matita è segno che devo prendere un foglio e prostrarmi alla sua volontà. Prima fa il verso del pesce. E fu il pesce. Poi “abbe, abbe”. E furono le bolle del pesce. Poi “poppo”. E fu il polpo. Poi “cacco”. E fu il granchio. Poi il bambino, che non è Dio, non intende riposarsi pago dell’opera creativa, no, lui vuole che disegni almeno un’altra dozzina di pesci e dopo, naturalmente, vuole colorarli. Colorarli, per lui, significa sostanzialmente deturparne la faccia, scarabocchiarla, ma con grande meticolosità, cercando di non uscire dai bordi. E io lo ammiro per questa sua attenzione ai dettagli. In nome dei dettagli lui è disposto a passare su tutto il resto come una ruspa.
L’ultima volta che siamo andati dalla dottoressa, pure se era già luglio, il bambino aveva ancora la tosse grassa dell’inverno. «Talassoterapia», mi ha detto lei, mezza rassegnata, come unica cura davvero infallibile contro il male delle stagioni. Per questo quando non c’è vento, anche se sono stanca o sola o non sono dell’umore, preparo tutto e li porto a mare. Per questo e perché, invece, la grande ama sguazzare nell’acqua e giocare con la sabbia. E io la voglio fare contenta, perché la amo e perché se lo merita, di essere felice. Appena arriviamo in spiaggia lei si sistema il suo piccolo telo, si leva il vestito giallo che le copre il costume, si prende la crema e se la passa ben bene soprattutto sui nei, perché le ho spiegato che dobbiamo proteggerli, e io intanto le gonfio i braccioli, che lei poi prende uno alla volta e si infila con molta attenzione, e le scarpine, perché da noi in acqua ci sono pietre e grossi ciottoli che ti fanno camminare storto e coi dolori ai piedi e rovinano tutto il divertimento. E va. E nuota. E gioca. E non si avventura mai dove non tocca. E se ci sono altri bambini, altre bambine, lei sempre con molta discrezione li avvicina e cerca un modo educato e non invadente di fare amicizia. E io la osservo e non riconosco niente di me in questo suo fare, quasi niente, non riconosco questa misura che sa tenere tra le cose di cui ha paura e quelle che desidera, rispettando da una parte la paura e dall’altra assecondando il desiderio. E se penso all’amore che rapisce, io penso a lei, all’amore per lei.
«Talassoterapia» dice la dottoressa, una parola greca che somiglia all’italiana «salasso», quando ti levano il sangue per ridurne la massa in circolo. E m’immagino il mare che onda dopo onda ti toglie l’inverno di dosso, ti asciuga la tosse, ti leva i pensieri neri dalla testa, ti prosciuga quello che c’è di troppo. Per osmosi, direbbe la dottoressa, tutto il tuo male, di qualunque natura sia, se lo prende lui.