Bussola

Le parole, l’argilla

Il venerdì è il giorno in cui esco da scuola e mi concedo una o due ore di silenzio della mente. Sbaglio, in realtà, a scrivere “mi concedo” perché non è una concessione, un regalo, una piccola ricompensa, è piuttosto una necessità. Attraverso quello che io chiamo “un corridoio di decompressione”. Nonostante i miei sforzi di affrontare la settimana con calma e presenza di spirito, infatti, dal lunedì al venerdì la mia principale attività è arrovellarmi su problemi esistenti e inesistenti, elaborare lunghe liste di cose che so già non riuscirò a fare tutte, incastrare gli impegni di adulti e bambini, trovare soluzioni, chiudere cerchi. Alle tre e trentasei – ora in cui esco da scuola, dal momento che il venerdì faccio il pomeriggio – sono una larva col mal di testa e senza prospettiva di volo.

Leggere non se ne parla, primo perché, uscita da scuola, recupero il più piccolo al nido e una volta a casa vuole giustamente essere intrattenuto o, preferibilmente, essere sorvegliato scrupolosamente mentre vandalizza ogni stanza dell’appartamento. Secondo, perché la grande, dopo una settimana di scuola e pon e pallavolo e inglese e catechismo, di fare i compiti – anche lei giustamente – non vuole saperne e se non la impegno in una qualche attività cede inebetita all’incanto dell’ennesima puntata, vista e rivista, di Muppet babies. Terzo, perché se provo a concedermi (stavolta sì) la lettura di qualche pagina – per ora sto leggendo La verità e la biro di Tiziano Scarpa – subito il mio cervello cade nell’errore di credere che deve lavorare ancora e interviene ogni due parole lette a ricordarmi che nella lista di cose da fare a inizio giornata non ho ancora spuntato “preparare schemi francese” e “inserire attività su Indire”. E io, dopo una settimana di schemi, sintesi, mappe, relazioni, interazioni sociali – giustamente – non ho la minima intenzione di starlo ancora a sentire. Io il venerdì non voglio più avere a che fare con le parole, non le voglio leggere, né scrivere, né dire. Voglio solo il silenzio della mente.

La meditazione, quando sono sovrastimolata, non è cosa per me. Non ci riesco. So bene che invece è proprio quando la mente ha ricevuto troppi stimoli e vaga confusa da un pensiero e l’altro senza riuscire a trovare pace che è quello il momento migliore per fermarsi, respirare, fare il vuoto. Lo so, ma non ci riesco. Il mio pensiero è un giullare insolente e capriccioso, una mosca inafferrabile e molesta, e più cerco di fermarlo, di catturarlo, più quello sguscia via come un’anguilla. E quindi ho dovuto trovare un espediente, distrarlo dalle cose astratte e intangibili e spostarlo sulle cose che si possono toccare.

Una cosa che si può toccare è l’argilla. Lavorare l’argilla ha molteplici vantaggi. Primo, ti sporchi, ed è uno sporco che si vede, si asciuga sulle dita, asciuga le dita e si può lavare via. Secondo, la tua mente è comunque viva e impegnata in un atto creativo, non nell’inutile rimuginio delle cose da fare o nelle cose fatte ma che si potevano fare meglio. Terzo, l’argilla la possiamo lavorare tutti e tre, io e i miei figli, con risultati differenti e imprevisti. Io posso usare la mia consueta meticolosità barra ossessività per ridurre al minimo crepe e difetti, mia figlia può tirarla così sottilmente da romperla imprecando continuamente al grido di “ma daiiii!”, mio figlio può mescolarla nella ciotola con l’acqua per farne una zuppa grigiolina da schizzare coi pennelli in giro per tutta la stanza oppure spalmarsela in faccia come una crema dalle misteriose proprietà benefiche. L’ultima volta, mentre fabbricavo le mie prime forme geometriche, ho sollevato lo sguardo e l’ho visto ciucciare dalle dita quel succoso impasto di acqua e terra, l’ho sfilato rapidamente via dal seggiolone per portarlo nella vasca urlando a mio marito nell’altra stanza: “Mi cerchi su Google che cosa succede se si mangia l’argilla?”. E lui, serafico, mi ha raggiunta in bagno poco dopo dicendomi: “Sarai sorpresa di sapere che esiste una curiosa pratica chiamata geofagia“.

Oggi è domenica e io sto aspettando che il lucido passato sugli orecchini asciughi. Le parole non mi sono nemiche, stamattina – e invece ultimamente lo sono così spesso, così spesso – e io, approfittando del lungo sonno domenicale dei bambini, vado a prenderle e provo ad assecondarne le intenzioni. Le loro non sempre coincidono con le mie. Quando io vorrei, loro spariscono, si ritirano in un vuoto senza aggettivi (come adesso, che ne ho cercato uno invano), uno spazio della mente dove finiscono le cose perdute, impossibili da recuperare. Spariscono i nomi, le concordanze dileguano e faticosamente mi tocca riportare ogni desinenza al suo posto. Mio marito dice che è la stanchezza, lo stress, il carico mentale. A me sembra invece che quella mattina in cui ho cercato per diversi minuti di ricordare in quale anno fossimo – senza riuscirci, ho dovuto controllare il calendario – sia piuttosto preludio di qualcosa. Una rottura, una fuga di frammenti, il presagio di una parola che non saprò più dire.

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