Ritratti

Giona

Cerco il momento giusto, Giona. Sono anni che cerco il momento giusto e neanche stavolta è arrivato, ma lo stesso voglio parlare di te.

Quando ti penso non riesco a immaginarti lontano dai fiori di Lodrino o fuori dai treni svizzeri di notte, non riesco a immaginare i tuoi libri senza il peso del tuo sguardo, le tue parole senza le cicatrici della tua bocca. Non riesco a immaginare i tuoi colori. Ti vedo – perché ti ho visto – piegato sui fogli e sugli acquerelli, indebolito dallo sforzo di sorridere. Tu mi guardi, come da un’altra stella. Come da una galassia lontanissima dove nessuno può raggiungerti.
Chi ti ama tende, a te, infinitamente.

Anch’io ti ho cercato, dopo quella volta a Milano. Tu assente, senza una voce e un corpo. Ci separava un vetro attraverso il quale leggevo tutta l’angoscia e l’energia di vita e morte: un rosa acceso, un bambino urlante, una famiglia premurosa e impotente. Ti guardavo, Giona, guardavo la tua storia, guardavo i tuoi amici, la tua musica, le tue allucinazioni, la tua passione per il Giappone, la tua ossessione per i ninja, le tue frasi strette e sgrammaticate. E tra un colore e l’altro tu prendevi forma, le tue paure diventavano parte delle mie, e più ti guardavo più desideravo guardarti.

Ma queste sono cose che sai. Te le ho confessate subito, la prima volta che ci siamo scritti. Subito ti ho detto «Quella frase… quella frase che stava in mezzo alla balena, e che diceva Non temere, le cose che tu temi probabilmente ti accadranno, ma non c’è da averne paura, quella frase mi ha sostenuto negli ultimi mesi». Mi hai ringraziato freddamente, avevi parole chiuse, misurate. Hai chiamato un reporter tuo amico per dirgli che stavi parlando con me e poi mi hai raccontato una storia senza capo né coda. Cercavo di capire, senza riuscirci.
Quel giorno stavi male, io non lo sapevo ancora. E molto altro ancora non avrei saputo.

Mi hai scritto una volta per chiedermi di venire a Catania, volevi venire a trovare la tua critica d’arte preferita, ed ero io. Ero contenta e avevo paura. Poi sei sparito. Ti comportavi spesso come una stella che attraversa il cielo solo per svanire. Non c’era niente di strano, eri questo. Eri il tuo gesto, la tua inaspettata generosità, la malattia che a volte parlava per tuo conto.

Un pomeriggio di luglio mi hai scritto “6 sul capodoglio”. Io sul momento non ho capito, ho pensato ai numeri del lotto, una cosa stupida. Poi mi hai mandato un piccolo riquadro ad acquerello che mi ritraeva, delle dimensioni di un francobollo. Mi sono ricordata allora che il Capodoglio era un’opera parte della trilogia a cui stavi lavorando. Così mi hai inserito nella tua arte, così ho capito che in qualche modo la mia vita aveva raggiunto la tua.

L’ultima volta che ci siamo sentiti mi preparavo per andare a Torino. “Vengo alla stazione”, mi hai detto, “devo chiederti una cosa”. Non sei venuto. Non saprò mai cosa volessi chiedermi. Mi resterà questa domanda in sospeso a cui nessuno potrà dare risposta. Questo cerchio che non chiuderò mai. Questa conversazione interrotta dalla tua malattia, dalle tue ossessioni, da una parola che non trovo mai, nelle tue biografie disseminate in rete. Una parola che so perché tu me l’hai detta, che ho respinto con forza e inutilmente. Io che non ero niente, ti volevo salvare. Io che non ero niente, non ti ho saputo salvare.

Ma pure mi resteranno le decine di acquerelli che mi mandavi, le immagini nere della tua infanzia, i nomi dei tuoi amici sconosciuti – una mi ha scritto, abbiamo parlato di te, quel libro che mi hai consigliato un giorno, La pianura in fiamme – ho provato a leggerlo ma era dappertutto un dolore, l’istinto di augurarti buon compleanno ogni 25 settembre – quest’anno sarebbero stati 47, le foto in cui da bambino tua madre ti teneva in braccio, una canzone che mi hai dedicato e altre diecimila che mi mandavi, quella chat in cui una notte abbiamo scritto insieme una poesia slabbrata – tu su un treno, io nel mio letto, quel francobollo acquerellato in cui ho gli occhi grandi, quella telefonata a monosillabi in cui sentivo la tua voce biascicare con indolenza, e il ricordo di me, davanti alla Balena, quando uno per uno scavavo nei tuoi incubi, li assorbivo, li abbracciavo, li volevo proteggere.

Era una mattina d’estate quando ho pianto. C’era una gran luce e non eri tu.

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