Bussola

Date non me ne domandare

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Una mattina di luglio esco con mia figlia per andare in farmacia. Fa caldo e sono incinta di otto mesi. Riposati, mi dicono, delega, non fare sforzi, ma io non sempre ho qualcuno da delegare e le cose non si fanno da sole. Camminiamo, nell’aria calda che si attacca alla pelle come un altro strato. Giunte davanti alla banca scorgo una figura familiare che nonostante il passo malfermo dell’età, avanza con calma e decisione. Ha un berretto in testa per ripararsi dal sole e in mano tiene un sacchetto con la spesa. Un paio di bretelle come non ne vedevo da vent’anni gli sorreggono i pantaloni. Ha un’andatura che riconosco, una simile ho cominciato ad amarla quando ancora non sapevo scrivere il mio nome.

Mio zio ha novantadue anni. È il fratello di mio nonno. Erano tre figli, due maschi e una femmina. Solo mio zio è ancora vivo. Mio nonno, che era il più grande, è morto otto anni fa, dopo avermi insegnato quasi tutto quello che so: le tabelline, giocare a dama, come si fa il nodo alla cravatta, l’importanza di tenere sempre dei soldi in tasca per offrire le consumazioni agli amici, frequentare quelli che riteniamo migliori di noi per migliorare noi stessi, o che in certe circostanze la miglior risposta che puoi dare è chi se ne fotte. Non tutte le sue lezioni sono riuscita a imparare, perché io non sono come lui, non ho la sua sfrontatezza né il suo coraggio. E, per quanto mi impegni, non ho la stessa vocazione all’amore che aveva lui. Tutto quello che so, sull’amore, sul tempo e sulla cura, lo so perché me l’ha insegnato lui.

Mio zio somiglia molto a mio nonno. Ha i suoi stessi occhi verdi, la sua stessa caparbietà, la stessa capacità affabulatoria nel raccontare storie. Mio nonno mi raccontava moltissime storie, che mi hanno cresciuta, che nel tempo mi hanno ossessionata. Storie a cui non ho mai smesso di pensare e che, nonostante questo, ho in larga parte dimenticato. Mi pento di non averle registrate quando avrei potuto, di non averle scritte da qualche parte, nutrendo la fiducia imbecille che sarebbero state sempre lì, a mia disposizione. Le mie preferite erano quelle sulla scuola e sul militare. Quelle del militare, alcune erano buffe e leggere, altre commoventi, quelle della scuola invece erano storie di impegno, di sacrificio, di un desiderio invincibile di riscatto.

Da qualche anno provo a ricostruirle, aiutandomi con una memoria che sento fallace e con vecchie fotografie che tengo custodite in un quaderno. Mio zio è l’unico che possa ancora ricordare qualcosa di vivo, di prima mano, è l’unico testimone di quel ramo antico della mia famiglia. Così alcuni mesi fa gli ho chiesto se potevo chiamarlo per vederci e farmi raccontare qualcosa. «Quando vuoi», mi ha detto, e mi ha lasciato il suo numero di casa. Ogni volta che ho provato a chiamarlo il telefono era sempre staccato.

«Ho provato a chiamarti, mesi fa, ma il telefono era sempre staccato» gli dico, mentre ci salutiamo occupando interamente il marciapiede davanti alla banca, lui col suo sacchetto, io con mia figlia e la mia pancia. «Ho staccato tutto» mi dice, facendo con le mani il gesto di chi non vuole saperne più niente, «il cellulare non lo vedevo e il telefono di casa era diventato solo una bolletta da pagare». Ci scambiamo altri convenevoli, poi prima di lasciarci mi guarda l’ingombro della pancia e mi fa gli auguri, col sorriso imbarazzato che viene agli uomini davanti al mistero delle madri.

Il giorno dopo mi citofona a casa. Lo invito a salire e quando mi raggiunge mi dice: «Tu volevi chiedermi delle cose, ma ho pensato: come dovresti farle le scale di casa mia, con questo caldo e quella pancia? Così sono venuto io». Ci sediamo in cucina, gli offro un caffè ma accetta solo un bicchiere d’acqua, che per metà lascerà sul tavolo. Per prepararmi a questo momento, nei mesi scorsi ho creato un file sul computer dall’inequivocabile titolo “Domande per lo zio” e ho acquistato un piccolo registratore, decisa a non voler dimenticare nulla. Vado a prenderli entrambi, vincendo un certo imbarazzo e mettendo a tacere quella voce che mi chiede se davvero stavolta faccio sul serio.

Parliamo per un paio d’ore. Ricostruiamo l’albero genealogico più prossimo, scopro la grande differenza d’età tra i miei bisnonni e perché, scopro che Michele, il nome che darò a mio figlio, è un nome di famiglia, che quei sette fratelli che segnano l’inizio anche della mia storia, oggi sono tutti sepolti in città diverse. Scopro, nella vita di mia nonna, quello strappo che per tutta la vita l’avrebbe portata a desiderare furiosamente di essere amata. Con le parole, mio zio ricostruisce un paese, genera personaggi che prima che al nome rispondono alla ‘nciuria, al soprannome, dissotterra ricordi rispondendo a una memoria antica e portentosa, sebbene non riconduca i fatti ad alcuna data («Date non me ne domandare») e lasci scoperti o incerti alcuni nodi. Non ho, come un tempo avveniva con mio nonno, la sensazione di vivere un’altra vita in un altro tempo. So bene dove sono e so bene quanto quello che ascolto sia lontano e sfuggente. Ma so anche quanto mi appartenga. Quelle storie scorrono in me da qualche parte, come una linfa antica e segreta, rispondono a quel che ero, a quel che sono e mi chiamano da un passato in cui non esistevo ancora eppure mi facevo strada tra le voci del mondo col mio destino.

Quando va via lascia dietro di sé un’aria sospesa, e dentro di me una nostalgia familiare, di cose perdute. Spengo il registratore, chiudo il quaderno. Michele, nella pancia, tira un calcio.

Un pensiero riguardo “Date non me ne domandare

  1. bellissimo questo racconto; riconosco il tipo di persona. Ne ho lasciate partire tante come lui. Ho vissuto in una grande casa, da piccola, dove c’erano ben nove persona anziane, tutte di famiglia. Zii e proziii. Quando avevo quindici anni, le avevo salutate tutte. E mi mancano tutte. 🌻💛

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