Letteratura e altre arti

Come d’aria, Ada D’Adamo

«Quando hai un figlio disabile cammini al posto suo, vedi al posto suo, prendi l’ascensore perché lui non può fare le scale, guidi la macchina perché lui non può salire sull’autobus. Diventi le sue mani e i suoi occhi, le sue gambe e la sua bocca. Ti sostituisci al suo cervello. E a poco a poco, per gli altri, finisci con l’essere un po’ disabile pure tu: un disabile per procura.»


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Complice la candidatura al Premio Strega e la vittoria del Premio Strega Giovani, la storia di Come d’aria, di Ada D’Adamo (Elliot edizioni), ormai è nota ai più. Le numerose recensioni che si sono susseguite in rete in questi mesi rendono giustizia a un libro che affronta il tema del dolore e della disabilità, della malattia e dell’aborto, dell’amore e della maternità. E lo fa senza retorica e senza indulgenza, ma con grande cura.

Ada D’Adamo racconta infatti la pluridisabilità della figlia Daria, affetta da oloprosencefalia, una condizione grave che le impedisce di camminare, di stare in piedi, di parlare. Se le cause della malformazione sono incerte, è certo invece che può essere individuata in tempo con un’accurata diagnosi prenatale. Ma questo non è avvenuto. Se fosse avvenuto, Daria non sarebbe mai nata. Invece, quella mancata diagnosi che ha tolto alla madre il diritto di scegliere se condannare o meno il proprio figlio a una vita monca e parziale, la conduce allo stesso tempo attraverso un lungo percorso prima di dolore estremo e poi di accettazione.

A quel dolore però se ne aggiungono altri e altri affiorano dal passato: la diagnosi di cancro e il timore di non essere in grado di prendersi adeguatamente cura della propria figlia; un aborto precedente e le conseguenti domande che porta con sé: cosa sarebbe successo se quel figlio fosse venuto al mondo? Sarebbe stato sano? Daria sarebbe nata lo stesso?; l’indifferenza, quando non l’ostilità, di certi medici e operatori davanti alla malattia; il ricordo del primo amore, morto improvvisamente, che segna una ferita mai rimarginata; la relazione attuale, col papà di Daria, certo d’amore, ma costellata di incertezze, di mancanze, di distanza; e poi quella solitudine che viene dalla consapevolezza che il carico che porti puoi portarlo solo tu.

Quanto dolore può colpire una vita sola? Quanto se ne può sopportare? Come? Tre sembrano essere le risposte, la prima: vivere un giorno alla volta: “Un giorno, un altro giorno, un giorno in più. A vivere un giorno in più ce la fanno tutti”. La seconda: smettere di combattere contro, cominciare a combattere per. Non è una forma di rassegnazione, l’autrice la definisce piuttosto “una forma di accettazione attiva“. Se da una parte non si può fare niente, non si può respingere un evento doloroso poiché semplicemente accade, dall’altra si può scegliere cosa fare di quel dolore, quale strategia adottare per addomesticarlo, per integrarlo, vedere cosa si può salvare e salvarlo. Così si arriva alla terza risposta: non trascurare i momenti di luce, i piccoli gesti, le cose buone che aprono una crepa perfino nei giorni più duri: un abbraccio, un messaggio, una parola. Quei momenti, talvolta, vengono dagli altri, spesso da altri bambini che incrociano Daria a scuola o per strada. Sono capitoli brevissimi, portano in testa una data ogni volta diversa e come un fiammifero, per un attimo, illuminano il racconto.

È la Festa della donna.
Un compagno di scuola – sei in terza media – viene a cercarti nell’auletta di sostegno con un mazzo di fiori, ma tu oggi sei assente per una visita in ospedale. La tua prof di sostegno gli scatta una foto e gli fa registrare un audio che poi ci manda su WhatsApp:
Ciao Daria, sono Matteo, sono venuto a portarti delle margherite che, nel linguaggio dei fiori, simboleggiano il sorriso e mi fanno pensare a te.

Non sono lì perché dal dolore si possa ricavarne una morale. Non può esserci una morale nel dolore. Certo, dal dolore si impara, nel dolore si trova forza, col dolore si cresce. Ma chiunque di noi, se potesse scegliere, sceglierebbe di crescere, di imparare, di avere forza, anche senza la feroce lezione del dolore. Eppure è un fatto umano, un imperativo di sopravvivenza e adattamento l’istinto di resistere, di conquistare la luce di un altro giorno, di trovarla ostinatamente ovunque. Umano è il desiderio di cercare una mano tesa verso di noi, di tenderla, a nostra volta, agli altri, anche attraverso la scrittura quando diventa strumento di condivisione. Umano è questo libro, che non concede spazio all’autocommiserazione, che non vuole e non ammette pietà, che non dà lezioni perché non può essere data alcuna lezione, ma trova una strada, un modo per raccontare e nel racconto trova il suo senso, risplende.

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